14 Luglio 2016 – RAAM racconta Paride Miglio

GIOVEDI 14 LUGLIO 2016
presso PARCO del GUERRO a San Vito di Spilamberto
 
PARIDE MIGLIO
racconta
COAST TO COAST
RAAM: Race Across America
Non è una corsa…è LA CORSA
 
5000 Km, dislivello D+ 56000 metri, 
tutti da percorrere in meno di 288 ore.
Non prendete impegni, Vi aspettiamo
 
Per qualsiasi informazione
Giuliano: 339 531 7694
Daniele: 335 702 1975
RAAM racconta Paride Miglio
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21 Maggio 2016 – “La via Francigena”


ViaFrancigena: Il percorsoSAN VITO
– Sono passati diversi anni, da quando sono salito in sella ad una bicicletta e se mi guardo indietro, posso solo parlare di una bella esperienza incontrata 7 anni fa. Inizia per gioco e tutto si è poi trasformato in passione per le lunghe distanze, lasciando spazio al mio primo viaggio sulle strade d’ Italia, ripercorrendo nel modo più fedele possibile la via Francigena.

E’ il 2015 quando un mio caro amico mi fa capire che sarebbe contento di percorrere la via dei pellegrini assieme a me. Passano i giorni e lui sempre più entusiasta si preoccupa delle carte di viaggio, di informarmi sul tipo di percorso, dell’accoglienza pellegrina e tutto ciò che gravita attorno a questo mondo. Mi lascio avvolgere da questa avventura e un po la faccio mia, anche se il merito rimarrà tutto suo. Claudio, un amico conosciuto qualche anno prima, al quale ho voluto bene e col quale però non sono riuscito e non riuscirò mai più a fare il viaggio che tanto avevamo sognato, una fatalità ce l’ha portato via. Ciao caro amico.

Preda Ringadora 2016E’ passato un anno da quel maledetto Maggio del 2015, un anno nel quale ho avuto modo di pensare, di tornare a sognare e di fantasticare nuovamente sulla Via Francigena. Il 6 Gennaio, sulla Preda Ringadora, non mi pronuncio in avventure stravaganti in Graziella ma sogno Roma. Perchè non andare a Roma lungo la Via Francigena portando nel cuore anche Claudio? Detto fatto…è ora di pensare a come organizzare il mio primo viaggio in bicicletta. Passano i mesi e scherzando con un nuovo amico dalle ruote “grasse“, gli “butto” lì l’idea. Enrico Montepoli, detto “Il Conte“, ci pensa su qualche giorno e poi titubante per mille motivi, accetta e si butta a capofitto in questa nuova esperienza. Il Conte è da pochi mesi che si diletta sulle due ruote, preferendo lo sterrato all’asfalto. Le sue preoccupazioni sono dettate dalla poca esperienza in un giro cosi lungo, che lo terrà impegnato sulla sella buona parte della giornata. Nei mesi successivi, ci confrontiamo diverse volte, La bici del Conteper non dire quasi tutti i giorni, relativamente alla bicicletta, al materiale da portarsi dietro, all’abbigliamento, al cibo e tutto ciò che è necessario per non trovarsi in difficoltà. Compriamo un po d’attrezzatura relativa alla bicicletta, un sacco a pelo abbastanza compatto e cerchiamo di fare l’ inventario di ciò che abbiamo già. Nelle sere precedenti al viaggio, ci troviamo per verificare il percorso, quali tappe fare, dove dormire, ma sopratutto ci troviamo perchè il viaggio è già iniziato e stiamo già vivendo una grande avventura.

E’ il 20 Maggio, sono in garage per finire di sistemare la mia bicicletta. La mia Bianchi è al debutto al suo primo viaggio sulle strade asfaltate che fino a quel momento l’avevano solamente vista in qualche sporadico allenamento. Sul manubrio ho fissato un borsello contenente il cibo e i documenti. La “trombetta“, ormai oggetto indispensabile per i miei viaggi, un “simbolo” lasciato in eredità dall’amico Guerz emigrato in America ormai da 1 anno. Due borracce fissate al telaio, un portapacchi posteriore con appese le due sacche piene di roba: attrezzi per riparare eventualmente la bici, vestiti e sacco a pelo. Il telefono squilla continuamente, messaggi e telefonate interrompono la preparazione del mezzo meccanico. Un po sorrido, un po mi innervosisco, ma del resto è normale così. Le ore del pomeriggio passano velocemente, talmente veloce che ho poco tempo per ricontrollare tutto. Mi affido alla mia poca esperienza derivante dalle randonnee, dove ho imparato portarmi dietro il minimo indispensabile…anche se tutte le volte mi accorgo che potrei ottimizzare.

Tappa01: Modena Piacenza Fidenza21 Maggio – La sveglia suona alle 6:00, è l’alba della partenza. Mi sveglio e come consuetudine, metto a bollire l’acqua per poi cuocere la pasta che condirò col tonno.  Dopo anni e anni di colazioni a base di pasta e tonno, mi chiedo se è proprio necessario o se è diventato un “rito“, dal quale non voglio separarmi. Mangio con calma, mi vesto, mi lavo i denti e riempo le tasche dietro la schiena. Scendo in garage dove trovo lei, la bicicletta pronta al suo primo viaggio verso Roma. Le prime pedalate sono sempre quelle piu strane, quelle che mi fanno lasciare la casa alle spalle, quelle che aprono il viaggio verso il domani, il giorno piu bello. Vado a salutare mia mamma e mio fratello, che alle 7:00 sono già operativi in negozio. Quando mia mamma mi saluta, leggo nei suoi occhi un insieme di emozioni che non riesco a interpretare, come se fosse un “torna presto“, più che un “buon viaggio“. Saluto tutti e mi dirigo verso il bar Rinascita di San Vito, dove aspetto il Conte che tarda pochi minuti ad arrivare. Non siamo soli, arrivano anche tanti amici a salutarci, a darci quella “pacca sulla spalla” che ha un valore immenso per chi come noi sta per iniziare un viaggio di 800 km. Arrivano Giannino, Giada, Mary e suo babbo, i genitori del Conte, mio babbo, Fabrizio, Guido, Roberta, Gianni (Janez), il Gara, Levvo, Patty, Paolo….Sono li assieme a noi, si sono alzati apposta per salutarci, per scattare qualche foto, ma sopratutto per farci sentire il loro calore. Grazie. Giannino, il capitano indiscusso di San Vito, con la sua bandierina ci da il via e a noi non resta che pedalare.

Conte Giannino Giuliano

Le nostre ruote iniziano a girare, noi stentiamo a crederci ma la direzione è verso ovest, verso Piacenza! Non passano molti km, quando incrociamo la ciclabile che ci porta a Modena. Sono davanti, il Conte è leggermente dietro che filma col cellulare, mentre un gatto nero ci attraversa la strada….ma non siamo superstiziosi e “come se non ci fosse un domani” pedaliamo verso il centro di Modena. Prima dell’ingresso cittadino, incrociamo 2 ciclisti che ci fermano e ci chiedono La Torrefazione - ModenaDove andate? Cosa fate?“….e secondo voi noi ci lasciamo perdere l’occasione di raccontare qualcosa? Scopriamo poi che anche loro sono viaggiatori e percorreranno la Via Francigena fra qualche settimana. Modena alla mattina è senza traffico, si gira senza pensieri e col sole che ci batte sulla schiena. Vediamo le nostre ombre là davanti,
ad indicarci la direzione. Ci fermiamo al Bar “La Torrefazione“, dove i proprietari, amici del Conte, ci servono due bollicine e un tagliere di affettati misti. Sono solo le 9:30 di sabato mattina e non si comincia male… I profumi e i sapori provenienti dal tagliere, sono strepitosi e le bollicine completano una “anomala colazione“. Ripartiamo verso il centro a salutare la Ghirlandina, dove troviamo un Roberto Pregnolato - Il Pregnopersonaggio storico di Modena: il Pregno, Roberto Pregnolato, che in varie occasioni mi ha sistemato la spalla destra e un ginocchio sinistro. Foto di rito, saluti e tante risate che ci lasciamo alle spalle dopo pochi minuti. La via Emilia è sempre li che ci aspetta, ci indica la direzione e ci mostra la sua bellezza quando attraversa le città e i paesotti meno affollati. Il traffico è trascurabile, le poche auto che ci sorpassano ci rispettano e a volte tentano un timido saluto ricambiato immediatamente con un colpo di trombetta. Modena è alle spalle, mentre Reggio Emilia all’orizzonte sembra chiamarci a voce alta. La pedalata è fluida, il peso delle borse è quasi impercettibile mentre la velocità è sostenuta quasi sempre attorno ai 30 km/h. Entriamo a Reggio Emilia già a metà mattinata, salutando chiunque sgrani gli occhi sui due inusuali ciclisti. L’attraversiamo senza perderci in chiacchere, dirigendoci verso Parma. A volte sono davanti cercando di mantenere un passo sostenuto ma non troppo, altre volte è il Conte che detta la velocità di crociera facendo molta attenzione alla strada, che spesso presenta qualche buca. IMG-20160521-WA0077A Parma abbiamo due sorprese: la mia foratura della ruota posteriore e uno “spaventoso” incontro inaspettato. Ho una sensazione strana, nelle poche curve che percorriamo, sento il posteriore della bicicletta muoversi in modo anomalo. Penso subito al peso delle borse, al fatto che potrebbero muoversi e di conseguenza portarmi a compiere traiettorie indesiderate.  La situazione si ripete nell’arco di poche centinaia di metri, mi fermo e controllo. Premo col pollice sul copertone posteriore e mi accorgo che la pressione è scesa molto….e via che si inizia a cambiare la camera d’aria. Fra qualche risata e qualche foto, perdiamo circa 20 minuti….ma torniamo a pedalare poco dopo. Siamo in fila indiana, io davanti e il Conte dietro. La via Emilia in molti tratti è costeggiata da arbusti, alberi ed erba alta. Pedalo col sorriso, sono tranquillo, sereno e vedo davanti a me una giornata strepitosamente soleggiata. All’improvviso sento un frastuono vicino alla mia gamba destra, una nuvola di polvere si alza dal basso mentre istintivamente mi viene da allargare leggermente la traiettoria verso sinistra. Il Conte è a ruota e fortunatamente non riusciamo a stare in equilibrio evitando cosi il peggio. In mezzo al polverone e all’erba alta, intravediamo un galletto che spaventato dal nostro passaggio si era agitato buttandosi sulla nostra traiettoria rientrando immediatamente. Un gran spavento, una leggera sbandata, ma tutto si è risolto in un attimo di paura. Continuiamo a pedalare, fissando il ciglio della strada, siamo più attenti, anche se col passare dei chilometri, ci dimentichiamo velocemente dell’ accaduto. La Taverna del PellegrinoPassata Parma, ci avviciniamo a Fidenza dove decidiamo di fermarci per mangiare un boccone. La periferia è poco piacevole, anche se avvicinandoci al centro scopriamo una ridente cittadina. Dove fermarci? Ci guardiamo intorno e dopo aver saltato qualche locanda senza un’apparente motivo, ci fermiamo alla “Locanda del Pellegrino“. Sarà un caso? Non lo so…..ma di certo una bella coincidenza. Notiamo gli stemmi della Via Francigena e nel parlare con la simpatica cameriera veniamo a conoscenza della storia di questo locale, nato proprio sulla “scia” della Via Francigena. Dopo l’ottimo pasto, scattiamo qualche foto e chiediamo informazioni su dove poter dormire la notte. Sono passate le 14:00 e l’obbiettivo giornaliero è andare a Piacenza, dove il buon Claudio avrebbe voluto timbrare la sua carta di viaggio. L’oste ci consiglia un albergo a pochi metri dal centro, dove poter passare la notte, senza spendere un’esagerazione. L’ultima indicazione che gli chiediamo è che strada fare per andare a Piacenza….quale lui consiglierebbe. Sembra molto preparato in materia, ma quando ci indica la sua idea, inizio a dire che gran “si…si…si“, disinteressandomi completamente di ciò che mi stava dicendo. In bicicletta non ho tanta esperienza, ma riesco a capire in pochi istanti, quando l’interlocutore parla senza sapere cosa vuol dire pedalare per decine o centinaia di km. Probabilmente pensava che sotto al sedere avessimo delle motociclette e non delle biciclette. Ci fidiamo per quanto riguarda l’albergo, ma non di certo per quanto riguarda la strada. In tutti i casi avremmo fatto bene a non fidarci di nulla! La via Emilia è li all’orizzonte, piatta, calda e dritta come uno spaghetto. Ci alterniamo a vicenda, in modo da risparmiare un po di energie, passando dalla Via Emilia a una strada apparentemente vietata alle biciclette. Ormai ci siamo sopra e non riusciamo ad uscirne, visto che sembra una tangenziale. Usciamo alla prima uscita, finendo in un paesino di poche anime….e fortunatamente ne incontriamo una. E’ una ragazza, che esce da un cancello, la fermiamo e le chiediamo informazioni. Gentilmente ci indica la Via Emilia, ci saluta un po frettolosamente e se ne va per la sua strada. Ringraziamo e torniamo a pedalare verso Ovest. Arrivati alle porte di Piacenza, cerchiamo l’ostello per fare il timbro, ma come due “pesci fuor d’acqua” non troviamo nulla. C’è una parrucchiera poco avanti e noi…”…scusi, ma per fare il timbro….bla…bla…bla….“. Lei ci indica dove andare….anzi a quanto sembra è molto informata sull’ostello… “quindi siamo in una botte di ferro“! Ripartiamo per raggiungere il centro dove ci aspetta il parroco, un ragazzo di 45/50 anni con fare giovanile ci da il benvenuto nella sua parrocchia. Stanno allestendo per la festa di paese, che si terrà proprio la sera stessa della nostra visita. PiacenzaIl Conte, vorrebbe rimanere per mangiare la sera…o forse solo per riposarsi, visto che avevamo già percorso quasi 140 km. Subito non dico nulla, penso alla strada e alle tappe che ci eravamo prefissati, faccio due conti sulla tappa del giorno dopo e cerco di convincere il Conte per fare rientro a Fidenza, dove avremmo pernottato. Tentenna, ma poi alla fine si fa convincere, riprendiamo le nostre biciclette e ripartiamo per tornare verso est. La pedalata è un po lenta, La scala dell'albergole gambe diventano pesanti e il sole continua a scaldare la nostra pelle che dal bianco pallido è diventata rosso vivo. Stringiamo i denti fino a Fidenza, dove torniamo in centro a cercare l’albero consigliato dal nostro “amico“. Arriviamo verso le 18:30, dove troviamo due personaggi “strani” ad aspettarci…come se non avessero nulla da fare. Ci fanno posteggiare le biciclette nel “magazzino” dove tengono gli alimenti della cucina, facendoci poi passare per la cucina stessa. Sgraniamo gli occhi e cerchiamo di osservare lo stato della cucina: stretta, in disordine, sporca e con i vari strumenti del mestiere lasciati al caso. Diciamo che non ci ha lasciato una bella impressione. L'albergoAttraversiamo la hall e ci dirigiamo verso il terzo piano, dove le impressioni della cucina vengono riflesse in modo identico sulla cura dello stabile. Ciò che vediamo salendo le scale è imbarazzante: scale sporche, soffitto coperto da un telo per non fare vedere chissà cosa, escrementi di qualche animaletto e un odore che sfiora la “puzza“! Arriviamo davanti alla porta, inseriamo la chiave sperando di doverci ricredere….e invece entriamo in una stanza poco ma poco accogliente. Il bagno è il pezzo forte o meglio è forte la puzza che si sente, come se ci fosse appena stato uno a lavarsi o a fare i propri bisogni. Siamo talmente stanchi, che non abbiamo le forze per andarcene, ci accontentiamo di quel posto a dire poco “malsano“. Usciamo per cena dirigendoci verso il centro, dove troviamo un ristorante gestito da uno stravagante ragazzotto romano, il quale ci serve piatti a dire poco deliziosi. Ceniamo in tutta tranquillità per poi ritornare nel “tugurio” per cercare di passare la notte nel “piu veloce modo possibile“. E’ l’alba, la sveglia suona e gli occhi iniziano ad osservare nuovamente quella stanza, che nulla avrebbe avuto a che fare con una stanza di un hotel. Ci cambiamo in fretta, rifacciamo le borse e ci dirigiamo nuovamente nel magazzino a fianco della cucina. Ve lo voglio scrivere, perchè una cosa del genere non penso mi sia mai capitata. Io sono un ragazzo di “bocca buona“, mangio di tutto e dormo ovunque senza troppe “storie“, ma stavolta ho superato il limite. Attraverso la cucina assieme al Conte, non diciamo neanche una parola, ma abbiamo gli occhi ben aperti e attenti a tutto: la cucina è più sporca di quando siamo arrivati la sera prima, tutti i tegami e piatti sono sporchi e appoggiati a caso ovunque. Per terra il pavimento è unto e sporco, mentre l’aria è irrespirabile: ho quasi i sensi del vomito. Entriamo nel magazzino dove ci sono le biciclette e incredibilmente scopro da dove deriva quella puzza nauseante: ci sono circa 7 o 8 sacchi del pattume della sera lasciati a fianco degli alimenti. Giuro, cerco di sistemare la bici nel piu breve tempo possibile per potermene andare fuori. Ho male allo stomaco, ho la nausea e non penso di resistere piu di 5 minuti. Usciamo in fretta, non facciamo nemmeno colazione e ce ne andiamo. Ecco…diciamo che i consigli del nostro “amico” della Taverna del Pellegrino…non sono stati proprio il top…anzi sono stati decisamente un flop!

Tappa02: Fidenza - Pontremoli22 Maggio – E’ domenica e la direzione delle nostre biciclette è verso Sud, verso quella montagna che tanto ci spaventa, non per l’altitudine, ma perchè le nostre biciclette sono pesanti e la salita sarà molto lunga. Pedaliamo lungo una ciclabile che si trasforma in strada chiusa. Molti camminatori si godono il sole che lentamente scalda l’aria che ci circonda, qualcuno ci saluta, altri sorridono mentre incrociamo i loro sguardi. Senza controllare la mappa, ci dirigiamo verso le prime colline, ma solo dopo aver parlato con una signora di mezza età, ci accorgiamo d’aver sbagliato strada. Torniamo indietro e seguendo le indicazioni della Via Francigena ci inoltriamo in una strepitosa stradina alberata che sfocia a sua volta in una carreggiata completamente ghiaiata. Campagne di FidenzaSaliamo, pedaliamo fino a che la strada diventa una carreggiata per trattori. Poco piu avanti alcune a case sembrano “vestire abiti da festa“, mentre qualche ragazza attraversa il nostro cammino. Ci fermiamo a chiedere indicazioni e in meno di 2 secondi, notiamo un certo stupore negli occhi di chi ci osserva: “Ma siete voi?…mi ricortdo il nome Giuliano scritto sulla bici e le vostre divise….“. Era quella ragazza che fuori Fidenza ci aveva dato le indicazioni per Posiziono la biciclettaraggiungere Piacenza. Incredibile, ritrovarla il giorno dopo, lungo una carreggiata, in mezzo a una collina a decine e decine di km da dove l’avevamo incontrata la prima volta. Ridiamo e scherziamo per qualche minuto, per poi farci nuovamente insegnare la strada….che inspiegabilmente avevamo nuovamente perso. Via di nuovo verso nord per poi tornare a pedalare verso sud dopo qualche km. Siamo su una strada statale, praticamente priva di traffico, quando un ciclista “tirato a spigolo vivo” ci supera. Ci provo, mi metto a ruota, mentre il Conte si stacca subito. Non lo mollo, pedalo oltre i miei limiti, fino a quando il ciclista sconosciuto mi indica il suo cambio di La strada ghiaiatadirezione, lo saluto e lo ringrazio per avermi fatto “ciucciare la sua ruota”. Ne approfitto, mi fermo e aspetto il Conte, al quale scatto qualche foto. La strada è abbastanza monotona, per distrarre le nostre menti chiaccheriamo e ci raccontiamo qualche aneddoto degli anni passati. Alcuni ricordi vanno alle partite di calcio, altri alle scorribande in riviera e per finire a Giada e Mery.  Il sole è quasi a picco sulle nostre teste e decidiamo di fermarci al primo bar che incontriamo. La salita vera deve ancora cominciare mentre decidiamo di fermarci a Ramiola, dove un bar serve qualche aperitivo ai propri clienti. Ci fermiamo un attimo a bere e mangiare, per poi affrontare il Passo della Cisa. Una CocaCola, un caffè e un mezzo panino per ricaricare le pile. Il barista ci chiede dove stiamo andando e noi subito sorridiamo per ripetere orgogliosi il nostro giro. Un signore alla mia sinistra e il barista sgranano gli occhi e con voce ferma e decisa: “…tornate indietro…non  ce la farete mai…è troppo dura!“. Vedo che il Conte ci rimane mIl Ponte e la vecchiettaale, non tanto per la difficoltà del percorso, ma per la poca fiducia di quella affermazione. “Fatta corta e fatta lunga“, gli appoggio il nostro bigliettino da visita sul banco e gli dico: “…Passato il Passo della Cisa….arriveremo a Roma Giovedì sera! Qui potrà leggere il nostro viaggio….“. Sorridiamo, paghiamo e salutiamo, ora ci resta solo da pedalare. Il sole è bello alto, è li che ci aspetta, scalda le nostre gambe e le nostre braccia, come se fossero salsicce sulla griglia, ma noi incuranti della fatica, pensiamo solo ad affrontare questi km che ci separano dalla vetta.La vecchietta e il Conte Passiamo un ponte, in fondo al quale una signora anziana si ferma a salutarci: con tanta tenerezza ci sussurra: “…Salutatemi Francesco…“. Una foto e via verso la Cisa. La strada si impenna, le gambe girano lente, le marce sono finite e la velocità è sempre piu bassa. Davanti a noi un cimitero, dove troviamo un po di refrigerio nella fontanina che è posta davanti all’ingresso. Mi bagno tutto, dalla testa ai piedi, ci beviamo due borraccine di sali e poi nuovamente in sella. Parliamo poco, siamo concentrati sulla strada, non alzo lo sguardo se non per vedere dove la ruota sta andando. Il Conte ha “piu gamba” e spesso lo vedo sparire all’orizzonte per poi aspettarmi all’ombra di qualche pianta. La salita non da un attimo di respiro, anzi è sempre li dritta davanti a noi, sembra interminabile. Qualche ciclista ci saluta Enzo Ferrari: La sua prima corsamentre sfreccia verso il basso, altri non ci degnano nemmeno di uno sguardo, come se fossero al Giro d’ Italia o al Tour De France. Incontriamo un monumento in ricordo della prima corsa di Enzo Ferrari, dove un motociclista stravagante si ferma per farci e farsi una foto. Circa a metà salita ecco un bar circondato da motociclisti e qualche turista sulle quattro ruote, ci fermiamo e mangiamo un boccone. Nei tavoli posti all’esterno, ci sono alcune persone che ci osservano e molto timidamente un signore prova, con Al bar dei motociclistiapprossimato inglese, a chiedermi da dove vengo. Sgrano gli occhi e gli rispondo con la “S” del buon modenese. Sorrido: “…siamo di Modena…“. Questa situazione, mi fa proprio pensare a quanto sia poco diffuso il “viaggio in bicicletta” in italia….e che i viaggiatori siano etichettati come “stranieri“. Cominciamo a parlare, a scherzare, a ridere, a prenderci in giro fino a chè non viene l’ora di ripartire e di affrontare gli ultimi 15 km circa di salita. E’ la parte meno dura della salita, anche se ugualmente si fa sentire. Pochi km prima dell Passo della Cisa, arriviamo all’ostello dove ci accolgono alcuni personaggi strepitosamente simpatici ed amichevoli. Ostello Passo della CisaParlando del più e del meno, ci suggeriscono di fermarci a Pontremoli per la notte, nell’ex convento dei Frati Cappuccini. Ho subito un flash e mi torna in mente quando Padre Luciano Pallini, da Pontremoli veniva a trovare mio zio e mia nonna….avevo poco meno di 10 anni, un salto nel mio lontano passato. Beviamo un bicchiere di vino dolce (che non mi disseta, anzi….) per poi salutare dopo la foto di rito. 2000 metri….. 1500 metri…. 1000 metri….. 500 metri, ed ecco là davanti a noi il Passo della Cisa. Passo della CisaSiamo arrivati in cima, facendoci beffa del barista che non avrebbe scommesso neppure “1 Lira” sulla nostra riuscita. Timbriamo la carta di viaggio e poi via, verso il basso. Le ruote girano veloci, i freni cigolano come non mai e i km passano veloci mentre l’aria ci rinfresca la pelle arrossata dal sole cocente. Andiamo talmente forte che ricordo poco della discesa, se non chè  della vegetazione Passo della Cisache ci circonda che lascia poca visibilità oltre il ciglio della strada. Pontremoli è davanti a noi, una cittadina che sembra essersi fermata nel tempo, con le sue case curate e i diversi ponti che passano da una parte all’altra del fiume. Cerchiamo il convento e rimaniamo sorprendentemente colpiti: curato, pulito, grande e con una terrazza dove poter stendere i panni bagnati. Il convento è tutto in pietra, i muri sonoLa stanza nel convento a Pontremoli spessi, talmente spessi che il sole fatica a riscaldare gli ambienti interni. Le camere che ci assegnano sono piccoline, ma a misura d’uomo, entro le quali riusciamo a posteggiare anche le nostre biciclette. Doccia, riposino e poi pronti per andare a cena in centro, dalla famosa “Cher della Luinigiana“. Condividiamo la cena con un pellegrino che sta percorrendo parte della Via Francigena da nord verso sud, si chiama Giuliano e ci racconta un po di lui. E’ un giovinastro, viaggia da solo e si sta godendo in pieno tutto ciò che la natura gli offre. Ha appena finito gli studi e si sta prendendo qualche giorno per pensare al suo futuro: “…in bocca al lupo Giuliano…!!!!”. La serata passa fra una risata e l’altra…per poi andare a dormire e pensare alla partenza del giorno successivo, che si prevede bagnata…

Tappa03: Pontremoli - Lucca23 Maggio – Ore 6:30, mi sveglio a causa della pioggia battente…non ci voglio credere! Mi ritorna in mente una qualche randonnee, nelle quali ho pedalato ininterrottamente per ore e ore sotto l’acqua. Prendo in mano il cellulare e controllo le previsioni della giornata, sgrano gli occhi e me ne faccio una ragione: tutta la mattina è cosi come è iniziata, pioggia e schiarite nel pomeriggio. Messaggio il Conte che dorme a poche stanze vicine alla mia: “…apri gli occhi e guarda fuori…“. Aspetto la sua risposta che non arriva, vado in bagno e lascio la porta socchiusa quando rientro. Continuo a scrivere col cellulare quando all’improvviso si apre la porta e una voce femminile sussurra qualcosa che fatico a capire. LAcqua a Pontremolia mia attenzione è a quel volto che tenta di fare capolino e in un attimo si accorge di essere nella camera sbagliata. Saluto e sorrido, mentre lei scappa senza salutare. Continuo a dirle “…buongiorno….non ti preoccupare…” e subito dopo sento che entra nella camera a fianco scoppiando a ridere probabilmente con suo marito. Mi alzo, preparo la bicicletta, mi vesto, mentre il Conte è già giu che mi aspetta. La pioggia si alterna a sprazzi di sole, che poco lasciano sperare, ma che ugualmente ci lasciano qualche speranza. Ci infiliamo nel primo bar Sguardo perplesso sotto l'acquache troviamo in centro, dove rimaniamo circa 1 ora abbondante a mangiare come se non ci fosse un domani. La pioggia da fine si trasforma in pioggia battente per poi tornare fine, a volte cessa poi riprende. Passano le 9:30 quando in un attimo di quiete decidiamo di partire, saliamo in sella e via felici come dei bambini che giocano sotto la pioggia, partiamo verso Sarzana. Stiamo attenti alle strade, alle macchine, alle pozze d’acqua e in fila indiano pedaliamo abbastanza velocemente in modo da lasciarci le strade trafficate alle spalle. Il mare è là davanti che ci aspetta, mentre noi ci infiliamo il Kway o lo togliamo in base alla pioggia che scherzosamente “ci prende in giro“. Aulla, ecco che ritorno alla 1001Miglia Il cielo cupodel 2012, quando un sole infuocato mi faceva penare su quelle strade roventi: ora sono bagnato, fresco e nella direzione opposta. Passiamo Sarzana per giungere finalmente al mare: Marina di Carrara. La spiaggia è nascosta da un sentiero alberato che piacevolmente ci conduce al mare, un mare mosso dalle onde alte che si infrangono su qualche scoglio posto qua e là. Alcuni temerari al largo si divertono con la tavola da surf, mentre la spiaggia è deserta e quasi lasciata al caso. Gli stabilimenti chiusi come se fosse pieno inverno, lasciano trapelare un senso di desolazione. Qualche macchina fotografica scatta una foto sfuggente, mentre qualche selfie la fa da padrona. Mangiamo qualcosa, Il mar Ligurementre ci lasciamo alle spalle il brutto tempo dirigendoci verso sud, verso Forte dei Marmi. Il disordine è solo un ricordo di quei pochi km dietro le nostre spalle, ora tutto splende, come se fossimo in un altro mondo: Forte dei Marmi è tirata a lucido, pronta per ospitare i primi turisti, che da qui a poco Forte dei Marmipopoleranno le spiagge desolate. La ciclabile che percorriamo è tenuta molto bene, l’asfalto colorato mette in risalto il benessere sul quale stiamo transitando. E’ da poco scoccato il mezzogiorno, mentre decidiamo di fermarci a mangiare una pizza al volo lungo una via poco trafficata. Due parole col pizzaiolo, che sembra stupito nel sentirci raccontare il viaggio…come se non avesse mai sentito parlare della Via Francigena. Ripartiamo verso l’entroterra, i miei pensieri cerco di farli restare miei, anche se a volte racconto al Conte di qualche avventura passata sulle due ruote, gli racconto di Claudio, dei miei amici che fino a quel giorno mi avevano accompagnato sulle strade d’ Italia. Ci superano alcuni ciclisti e “come se fossi sulla mia Colnago“, cerco di tenere la ruota. Siamo carichi e fatico a portarmi alla velocità di chi ci ha superato, butto indietro l’occhio e vedo il Conte a pochi centimetri dalla mia ruota. Accelero e scalo la marcia, non mollo, anzi mi diverto nel vedere che il ciclista che mi precede aumenta l’andatura. Altri due si affiancano e iniziano a parlarci, mentre i contachilometri segnano i 38 all’ora. Ancora qualche pedalata, e qualche km in piu, mentre sentiamo le voci sfumare alle nostre spalle. Io e il Conte stiamo tenendo il passo dell’unico ciclista che ci precedente, mentre gli altri sono “volati via“. Continuiamo per qualche centinaio di metri, per poi rallentare tutti e tre e scambiare qualche parola. LungomareCi indicano la strada migliore da per raggiungere Lucca. In un qualche modo riusciamo a sbagliare strada, anche se la direzione sembra non essere del tutto sbagliata. Ci imbattiamo in un paesino non piu grande di San Vito, cerchiamo la chiesa e dietro ad una curva vediamo un omone alto piu di noi, ben messo fisicamente con una tunica alla “Don Abbondio“. Sorrido ed immaginando la risposta, chiediamo: “…Scusi è Lei il parroco? Stiamo facendo la Via Francigena…potrebbe farci il timbro?…“. Subito tentenna, ci fa pesare che è ancora un po malato e che non ha il timbro a portata di mano, ma poi torna sui suoi passi e fa due rampe di scale per accontentarci. Timbro fotto…via verso l’entroterra. Un po per scaramanzia, un po per prendere in giro il mio compagno di viaggio, gli ricordo che a Lucca si sarebbe ritirato e che gli avrei pagato il biglietto del treno di ritorno, mentre io avrei continuato verso Roma. Lucca e il ConteI km iniziano a pesare sulle gambe, ma il Conte non molla ed arrivati a Lucca andiamo in stazione a fare qualche fotografia da mandare a Giada, Mery e a qualche amico che sapeva di questa “scommessa“. Due pedalate per il centro, timbro in cattedrale e poi via verso il Bed&Breakfast che ci aspetta: una ragazza piu o meno della nostra età, carina e altrettanto simpatica ci accoglie con un po di titubanza, ma dopo pochi minuti si allinea alle nostre battute e sta al gioco come se ci conoscesse da tempo. Le camere sono accoglienti, le biciclette sono al sicuro in una sorta di garage mentre lo stomaco inizia a brontolare. Ci cambiamo e andiamo a fare due passi in centro: molti stranieri, molti locali pieni e noi con due spritz in mano facciamo passare alcune ore godendoci gli ultimi raggi solari. Troviamo un locale abbastanza affollato ma dai profumi strepitosi: siamo in cerca di carne, quella succulenta, quella dove i nostri denti possano trovare soddisfazione. Partiamo con qualche crostino seguito da un buon Chianti accostato ad una fiorentina d’altri tempi. Spazzoliamo tutto e decidiamo di fare il bis: non ci facciamo mancare nulla! I racconti al tavolo si sprecano, specialmente dopo la seconda bottiglia di vino che ci lascia trapelare qualche storiella dei tempi passati. Spettacolo, io e il Conte, come se fossimo cresciuti assieme. Penso sia la parte piu bella viaggio, potersi confidare senza pensieri, lasciarsi andare in discorsi che probabilmente avrei potuto fare solo con il Bloz, con Guerz e pochi altri. Barcolliamo nell’alzarci, ma con un passo lento e non violento ci dirigiamo verso la nostra camera. Una caratteristica del Conte che non vi ho ancora detto è che lui “fatica” veramente tanto a prendere sonno. E’ incredibile la rapidità con la quale si addormenti prima ancora di essere sdraiato. Qualche nostro amico che abbiamo in comune, mi aveva avvisato che sarebbe stato impossibile scambiare due parole prima di addormentarci, proprio perchè il Conte mentre ti parla è già bello che andato. Tutto vero, confermo! Omar, avevi ragione…lui non dorme…lui sviene!

Tappa04: Lucca - Siena24 Maggio – Suona la sveglia, è l’alba di un giorno nuovo. Pronti via, tiriamo su i panni stesi la sera prima per poi prepararci e dirigerci verso il primo forno aperto. Ci facciamo guidare dal nostro olfatto e dalle nostre sensazioni: eccolo li davanti a noi. Mangiamo come se la sera prima avessimo digiunato, per poi tornare in sella ed attraversare alcune zone industriali che hanno ben poco a che fare con la Toscana. Ci fermiamo in un bar a Porcari, dove ordino 2 caffè. La ragazza, molto gentile ce li prepara subito, ma il Conte si è gia infilato in bagno. Li bevo entrambi…ordinandone poi un terzo pochi minuti dopo. Lei sorride, scambia qualche battuta, Altopascioci saluta mentre ci dirigiamo verso Altopascio: uno stradone largo, sotto al sole e senza nulla da vedere se non alcune distese di campi coltivati. Nota di merito, la si deve fare alla “Biblioteca” che ospita lo strepitoso timbro. L’hanno inaugurata da pochi mesi, è bellissima, molto stilosa e sulla via principale. I pochi cittadini che incontriamo, ne sono orgogliosi e si perdono in racconti ricchi di aneddoti. Nel ripartire, il Conte molto piu informato di me, legge il cartello VINCI…e subito mi racconta qualcosa sulla sua storia…su Leonardo da Vinci. Andiamo oltre, giungendo a San Miniato lungo una strada ripida che ci porta in centro. Ancora una volta imparo qualcosa di nuovo, che il Conte mi racconta con tutta la sua naturalezza. Via, voliamo, pedaliamo in direzione Castelfiorentino: passando dal bar Altopasciodell’amico Mauro Posarelli, conosciuto qualche anno prima per averci dato ospitalità in casa sua durante il Coast To Coast Italia in Graziella. Mauro è a fare una randonnee in Grecia, gli lascio la colazione pagata al bar che frequenta di solito. I gestori ci spiegano la strada migliore da fare per raggiungere San Giminiano…ma solo il nostro istinto e le nostre cartine ci guideranno in quella terra conosciuta piu per quel che si racconta che per quel che l’abbiamo vissuta. San Giminiano è li che ci aspetta, con la sua storia, con la sua bellezza e la gente straordinaria che la abita. Mangiamo ad un bar consigliato da una signora di origini tedesche che da molti anni si è trasferita li. CocaCola, panino e caffè. L’obbiettivo è Siena anche se siamo ben consapevoli che dobbiamo stringere i denti, se vogliamo raggiungerla entro sera. Mentre pedaliamo, alcuni pensieri vanno all’amico Claudio, il quale mi raccontava della bellezza di Monteriggioni che avrebbe voluto rivedere assieme a me. La salita di MonteriggioniPurtroppo rimarrà solo un eterno sogno che mi stringe il cuore, anche se sono convinto che attraverso le mie emozioni, lui da lassù le ha vissute assieme a me. La salita è dura, talmente dura che sono a rischio di cadere. Mi sbilancio, mi alzo in piedi, sento la ruota che slitta su quello sterrato compatto ma pieno di insidie. Sono pochi km che portano a Monteriggioni, ma sono duri e con qualche passaggio anche tecnico, se pensiamo che siamo su due biciclette da viaggio e carichi come due muli. Sento il Conte alle mie spalle, ma metro dopo metro il suo rumore svanisce. Non ho la forza per girarmi e continuo senza voltarmi, come se fossi agli ultimi metri di una tappa di montagna. Se mi fossi girato avrei sicuramente perso l’equilibrio per poi Il Conte e Monteriggionidovermi fermare. Arrivo davanti alle mura che un tempo proteggevano il piccolo borgo: mi fermo, scendo, ho il fiatone, il cuore batte come un matto. Dietro nessuno, il Conte si è fermato e non riesce più a ripartire, la ruota scivola mentre due con la mountainbike lo superano. Il Conte dopo alcune prove decide di spingere la bicicletta fino in cima: sarebbe stato impensabile ripartire da quella situazione e con quella bicicletta. Cerchiamo il timbro, qualche foto di rito e poi di nuovo in sella per raggiungere Siena prima del calare della luce. Chiamiamo l’ostello per sentire se hanno posto per la sera, il Conte ha sempre un tono molto calmo e pacato, come se fosse a predicare sull’altare. Risponde una suora che dopo pochi minuti ci conferma che ha posto, a patto che avessimo condiviso la stanza con quattro donne. Ridendoci su, accettiamo  iniziamo a dirigerci verso Siena. I km che ci separano da Siena sono poco meno di 40, mentre il sole inizia a calare lentamente alla nostra destra. Siena ci da il benvenuto con tutto il suo splendore: strada piene di gente, negozi aperti, turisti attratti dalle prelibatezze del posto, monumenti strepitosi che echeggiano attorno alla piazza dove in agosto disputano il palio. Le suore sono in preghiera o a cena (non l’ho ancora capito) e ci fanno accomodare nella stanza solo dopo un’ora dal nostro arrivo. Fra di noi brontoliamo, ma poi ci passa quando ci portano verso il nostro alloggio: una stanza con 10 letti, di cui quattro già occupati da altrettante donne. Sono francesi, parlano poco inglese e subito mettono i puntini sulle “i” : “…russate?“. Noi sorridiamo e neghiamo….consapevoli che durante il sonno sembriamo due “Landini a testa calda“. La doccia è piccola, talmente piccola che non riesco a lavarmi in sicurezza, è una specie di vasca da bambino…nella Il mio inguinequale bisognerebbe stare sedudi. Prima d’uscire per cena, la suora si raccomanda di non fare tardi e ci indica i non tardare altre le 11. “Scusi…ma sono gia le 21;15….ci lasci almeno il tempo di cenare…“. Usciamo, ceniamo e rientriamo poco dopo il tempo limite. Le nostre quattro amiche francesi, sono già là che russano, mentre ad una scappa una scoreggia che il Conte percepisce all’istante: “Hai sentito?…e poi ci chiedono se noi russiamo?”. La mattina mi alzo con un fastidio all’inguine: fatico a camminare, sono zoppo. Il Conte mi suggerisce un esercizio, che subito cerco di fare, ma il male è talmente fastidioso che ci rinuncio immediatamente.

Tappa05: Siena - Bolsena25 Maggio – Le francesi stanno percorrendo la Via Francigena a piedi e alla mattina lasciano la camera molto prima rispetto a noi. Ci svegliamo alle 6:00, le salutiamo e torniamo a dormire un’oretta abbondate. Salutiamo le suore che molto gentilmente ci hanno offerto la colazione del “Pellegrino” che non ha fatto altro che aprire una voragine nelle nostre pance. Il primo forno lo assaliamo per poi spostarci nel bar a fianco dove finire col caffè. Ora abbiamo le energie necessarie per affrontare una nuova giornata sui pedali in direzione di Bolsena. Le strade sono molto belle, poche auto e qualche su e giu che mette a dura prova le nostre gambe. Nulla di particolare se non alle porte di Buonconvento, piu precisamente a Ponte d’Arabia, Casa del Pellegrinoscoviamo un centro culturale strepitoso autogestito: la chiave d’ingresso è sotto allo stuino, l’ingresso è ben tenuto, una sala gigante con cucina e due bagni, al piano superiore le camere con qualche libro per intrattenere il viandante. Spettacolo alla stato puro…questo si che è un’accoglienza strepitosa per il Pellegrino! Voto 10 e lode! Ripartiamo, visitiamo Buonconvento, dove ci viene detto che la chiesa c’è ma il parroco manca, quindi non Il Conte a Torrenieripossono fare il timbro. Continuiamo verso la Val d’ Orcia che ormai conosciamo entrambi per le innumerevoli volte che ci siamo stati. Racconto al Conte le mie trascorse in quelle terre e lui mi racconta le sue: sorridiamo e ci promettiamo che moriranno li in mezzo a quella natura incontaminata. Passiamo per Torrenieri, dove troviamo uno splendido timbro autogestito per poi perderci in mezzo a Cipressi, verde, I famosi Cipressicolline, cielo terso, aria calda e sole a picco. Bagno Vignoni mi fa tornare indietro di qualche anno, dove per la prima volta vidi quelle terme che ancora oggi hanno una bellezza strepitosa. Siamo sulla Statale Regionale 2, quando l’orologio ci mostra le 14:30. I piedi sono decisamente caldi, siamo sudati e l’aria inizia a diventare pesante. Abbandoniamo la Strada Regionale per immetterci sulla Statale 478, quando attraversiamo un ponte che scavalca un timido torrente. Guardo il Conte e senza dirci troppe parole cerchiamo il primo sentiero L'acqua frescache scende verso il torrente. Nulla dire, nulla da evidenziare, se non chè una piacevole sensazione ai piedi: fresco! Meno di un’ora di piacere per poi riprendere la via verso il prossimo timbro. La strada lentamente si impenna, io cerco di soffrire il meno possibile pedalando del mio ritmo, mentre intorno a me solo prati verdi e sole a picco. Radicofani molto bello, là sopra a un “cucuzzo” che ci fa sputare sangue prima di raggiungerlo. La salita è lunga e tutta completamente sotto al sole, mentre l’acqua nelle nostre borracce sta per scarseggiare. Arrivati in cima troviamo una fontana, cerchiamo il timbro e via a tutta velocità lunga una discesa di qualche decina di km. Sfrecciamo veloci, leggeri, 40 km/h, una curva, DSCF0947un drittone, un’altra curva e l’aria che ci rinfresca dandoci una straordinario sollievo. Acquapendente all’orizzonte e poi ancora il lago di Bolsena a fare capolino dietro ad una collina. Prima di scollinare ci fermiamo ad un incrocio dove un bar ha l’insegna del Pellegrino: timbriamo e riprendiamo le biciclette. Un tavolino è accerchiato da qualche bambino che si diverte a giocare con le carte: mi ricorda un gioco che facevo da piccolo, dove chi perdeva subiva una punizione fisica. Passano pochi istanti e sento un urlo in mezzo a tante risate: uno ha subito il “carrarmato” sul dorso della mano….un altro un pugno…e via discorrendo. E’ un gioco un po violento, ma che rafforza l’amicizia fra quei monelli che un giorno si Via Francigenaricorderanno dei tempi che non torneranno mai piu. Li salutiamo e loro non perdono l’occasione per farci sorridere. Ora è tutta discesa verso Bolsena, che raggiungiamo dopo una mezz’ora circa: a darci il “benvenuti” una signora anziana che ci fa sorridere e preoccupare allo stesso tempo. La casa è perfetta, addirittura ci sono 4 o 5 bagni con una sorta di cromoterapia, le camere grandi con diversi letti e una cucina accogliente. La signora, con una fare tutto “viperino e arzillo“, ci fa sistemare le biciclette in una sorta di porticato chiuso da una porta di legno. Alla nostra domanda: “…sono al sicuro le bici?…” lei risponde con: “”…certo…non vi preoccupate, chiudo la porta.“. Bene e qui tiriamo un sospiro di sollievo, incalzando la seconda domanda: “…ma domattina, chi ci apre il portone per andare a prendere le bici…?“. Lei prontamente e senza timore, ci mostra come aprire la porta: “…basta che la spingete…e lei si apre“. Rimaniamo di stucco, perchè la sua seconda risposta annulla drasticamente la prima…le nostre bici sono al sicuro, ma chiunque può accedere al porticato. Ci tocchiamo “gli zebedei“…e speriamo nell’onestà del prossimo. Dopo la doccia, mi accorgo che quel fastidio all’inguine che a Siena si era manifestato, inizia a farsi piu inteso, come un dolore intenso quando salgo o scendo dalla bicicletta. Devo Letto a Bolsenastringere i denti perchè ormai siamo a Roma….ancora 2 gironi di viaggio. Quando cammino sembro zoppo, ad ogni passo sento una fitta infernale che mi fa accentuare di piu l’anomala camminata. Troviamo un ristorante, che ci accoglie con assaggi tipici per poi portarci della carne e una buona bottiglia di vino rosso! Devo dire che in questo viaggio non è certo mancata nè la carne nè il vino rosso, TOP. Dopo l’amaro saliamo in camera e ci sdraiamo sul letto, mi infilo nel sacco a pelo e cado in un sonno profondo. Durante la notte, l’inguine “urla” e mi sveglio toccandomi la coscia sinistra. Riesco a riposarmi, anche se non nel migliore dei modi.

Tappa06: Bolsena - Formello26 Maggio – Ripartiamo da Bolsena a stomaco vuoto, sperando di trovare un bar lungo il lago. Certo, come no? Costeggiamo il lago di Bolsena lungo un sentiero sterrato, nella speranza di trovare un bar. Il primo che incontriamo non ci piace, è all’ombra e le cameriere stanno ancora preparando i tavoli. Decidiamo di proseguire, anche se lentamente ci accorgiamo che le costruzioni si diradano fino a scomparire definitivamente. La pancia è ancora vuota, mentre la strada si impenna verso su una collinetta a picco sul lago. Dopo una ventina di km ci ritroviamo a Lago di Bolsenascollinare proprio a picco sul lago, dove un albergo ci ospita per la colazione. A differenza della Toscana, il Lazio appare piu trasandato, un po lasciato al caso e poco curato, è un peccato perchè sarebbe proprio una bella zona. Mangiamo e ripartiamo fino a giungere a 100 km da Roma: Montefiascone, dove incrociamo per la seconda volta alcuni ciclisti visti prima della partenza di Bolsena. Qualche parola e poi nuovamente via, verso la penultima tappa prima di Roma. Viterbo è una grande città, cerchiamo il Duomo e aspettiamo per fare il timbro. L’attesa è lunga perchè chi gestisce i timbri è al telefono a parlare dei suoi interessi: non c’è problema, siamo in ferie ed aspettiamo. La nostra attenzione viene catturata da una ragazza Passaggio insidioso sul Lago di Bolsenache “appollaiata” sul muretto si lascia scappare qualche lacrima seguita da una strana voce strozzata: probabilmente sta parlando al telefono con una sua amica. Mi avvicino, faccio finta di scattare qualche foto e butto l’orecchio alle sue parole. Immediatamente intuisco che ha qualche problema col sul “ragazzo” e appena chiude la telefonata le butto li una battuta: “…qualunque cosa sia successa…sei giovane…simpatica…mandalo al diavolo…e Montefiasconestasera esci col primo che passa…“, lei sorride e di io nuovo: “…noi siamo i primi due…per le amiche ci sacrifichiamo volentieri…“. Ridiamo e scambiamo due chiacchere. Io e il Conte scattiamo qualche foto alla piazza e ce la raccontiamo, mentre lei torna a fissare il suo cellulare, come se stesse aspettando una chiamata che non arriva. Poco dopo, con tutta la “timidezza possibile“, mi chiede se può usare il mio “Facebook“, le rispondo subito: “…certo a patto che il tuo LUI, non venga a cercarmi per farmi il culo…” e poi sorrido. La caviglia dell' anima in penaLe presto il telefono e poco dopo me lo rende, la salutiamo. Col Conte ho qualche cenno d’intesa e al volo ci viene spontaneo raccontarci…che a 40 anni…non puoi essere dipendente da facebook,…per di piu se una persona non ti vuole! Senza perdere troppo tempo passiamo per Vetralla, che a primo acchito confondo con Vetrana….ma ovviamente non centra nulla, se non per l’assonanza. Cerchiamo la parrocchia e dopo qualche indicazione arriviamo in un oratorio quasi deserto. Il Parroco deve ancora arrivare, ci accomodiamo sulle sedie all’interno del cortile e mangiamo cio che è rimasto dentro alle nostre sacche. Arriva qualche bambino che si mette a giocare nel prato, mentre fa capolino un signore che ha tutta l’aria del parroco. Avrà si e no 65/70 anni, fuma la pipa e sfoggia un paio di occhiali neri. Ci saluta, chiede ai suoi ragazzini di salutarci con un applauso e inizia a scherzare con loro con modi un po bruschi. Subito non capisco, rimango perplesso, ma poi capisco che il rapporto fra il prete e i bambini è come quello di un padre con i suoi figli. Guardandoci da sotto gli occhiali, cerca di metterci a proprio agio e ci racconta della sua pipa, dei suoi ragazzi, del suo modo di vedere il mondo. Rimango colpito, mentre torno con la mente agli anni passati in parrocchia a Spilamberto con “Don Sergio“…questi si che sono preti! La faccio breve, arrivo al succo del suo pensiero: “…un’ora di giochi nel prato, avvicina il bambino alla chiesa….un’ora di catechismo lo fa diventare ateo…”! Sposo la sua idea, mi piace come ragiona! Il Conte a VetrallaPassano i minuti, i bambini giocano a calcio e senza che nessuno gli dica nulla, in mezzo al campo spunta un ricciolone nero con la barba! Prende la palla e subito fa due numeri alla “CR7“. I bambini rimangono basiti, mentre lui li mette in fila e insegna loro i fondamentali del calcio. Il Conte è un bravo ragazzo e lo si capisce anche da questi piccoli gesti. Sono ormai le 13:30 passate, quando il parroco ci chiede se rimaniamo a pranzo con loro, insiste e davanti a un nostro motivato rifiuto, “ci manda al diavoloOdore acre di gatto sorridendo, per poi salutarci. Che spettacolo di persona. Ripartiamo e la strada si impenna per uscire dal paese. Pedalata dopo pedalata, arriviamo a Capranica dove ci fermiamo a mangiare una strepitosa mozzarella di bufala che ci “fa volare via“. Mamma mia quanto era buona. Il centro “è molto” storico, con stradine strette e pieno di gradini, con la bici fatichiamo a scendere quei gradini che uno dopo l’altro diventano sempre meno. L’odore forte della pipi dei gatti, mi fa gustare poco la bellezza di alcuni vicoli. Pochi km per raggiungere Sutri, dove uno splendido anfiteatro ci fa tornare indietro nella storia. Giriamo attorno con le nostre due ruote Anfiteatro di Sutriper poi fermarci su una panchina a mangiare un boccone. Il Conte va in bagno da dove esce poco dopo con un borsello in mano. Vedo che non dice nulla, poi lo apre e cerca qualcosa: i documenti. Lo aveva scordato in bagno una ragazza tedesca, chissa quando. C’è tutto, soldi, cellulare, documenti, passaporto, chiavi e quant’altro una donna può portarsi dietro. Il Conte prova a telefonare a qualche numero trovato fra le chiamate recenti, fino a quando risponde una ragazza che appare immediatamente preoccupata. Il Conte Formellocon un inglese da volare via, la rassicura e la calma, dicendole di non preoccuparsi e che nel borsello c’era tutto. Potevano venirlo a prendere a Sutri…se non chè loro fossero già a Montalcino! Eh? Montalcino? Bene, proponiamo loro di venire a Formello, dove ci avrebbero trovato la sera. Ripartiamo e fra una risata e l’altra passiamo Monteorsi, Campagnano per poi giungere a Formello, la casa della Lazio. Il centro è piccolino, ma l’ostello è qualcosa di stellare, nuovo, tenuto molto bene da un ragazzo che assieme a dei suoi amici cerca di offrire il meglio ai pellegrini che passano su quelle strade. Lo spirito è giusto, perchè capisce bene di cosa ha bisogno un pellegrino e di cosa non ha bisogno. Voto molto alto, se vi capita di passare da Ostello a Formelloquelle parte, merita una sosta. Siamo nella piazzetta davanti all’ostello, quando decidiamo di bere qualcosa per “ammazzare” il tempo, durante l’attesa delle due tedesche. Fantastichiamo, sorridiamo e Locanda degli Angelinel frattempo mangiamo e beviamo. Un tagliere e due bicchieri di bianco fanno da cornice ad un posto meraviglioso. Passa circa un’ora dal nostro arrivo a Formello, quando arrivano due ragazze dall’aspetto straniero: sono loro. Scambiamo qualche parola, cerco di capire piu che di parlare, mentre il Conte ride e racconta a loro quanto sono state fortunate. Per sdebitarsi ci offrono nuovamente da bere e un altro tagliere di salumi e formaggi. Pagano tutto loro e ci salutano. Siamo proprio due bravi pellegrini! Dopo una meritata doccia, scendiamo a cena, dove poco prima avevamo fatto un ottimo aperitivo: carne e vino da leccarsi i baffi, per finire con formaggi e marmellate di loro produzione. Voto 10 e lode.

Tappa07: Formello - Roma27 Maggio – E’ l’ultima mattina del viaggio e siamo diretti verso il campo di calcio della Lazio. Dovete sapere che prima della partenza, Gerry Ti-Effe Service un amico del Conte, ci aveva pagato le divise che abbiamo usato durante il pellegrinaggio. Lui è romano di Roma e ovviamente tifa ROMA. Noi per prenderlo un po in giro, non abbiamo perso l’occasione di fare una foto davanti al campo di allenamento della Lazio con le sue divise! L’ avrà presa sicuramente bene, ci siamo fatti un amico! Via, via, via, pedaliamo, canticchiando, anche perchè mancano solo 30 km Formello - Lazioalla città eterna! L’ingresso nella capitale è singolare, come giusto che sia: centri sportivi ovunque, gente che alle 10:00 della mattina gioca a tennis, mentre altri sistemano gli innumerevoli campi da calcio che si perdono lungo una trasandata ciclabile. Dico trasandata perchè anche se il fondo è molto bello e liscio come un biliardo, ai lati crescono “fresche frasche” che a tratti chiudono quasi il passaggio per la bicicletta. Incrociamo diversi ciclisti, che a tratti ci danno il cambio per passare, altre volte li salutiamo mentre incrociamo i loro sguardi. I km passano lenti, su quella ciclabile che non vorremmo mai abbandonare, il Conte sorride è incredulo su cio che ha fatto e mi racconta qualche sua emozione, che lentamente l’aria si porta Ciclabile ingresso a Romavia. Siamo felici, sorridiamo, scherziamo e ci facciamo beffa del barista che prima del passo della Cisa ci aveva snobbato senza pensarci due volte. Tiè, noi siamo a Roma….la città eterna! L’ingresso in Vaticano è sempre emozionante, sia per chi “crede” che per chi lo “vede con un altro occhio“: affollato, gente che va a destra, chi a sinistra, chi scatta foto e chi con tanta pazienza è in fila ad attendere il proprio turno per entrare in San Pietro o ai Musei Vaticani. Qualche ricordo offuscato mi riporta a una bellissima esperienza che con mia nonna feci all’età di 7 o 8 anni. Durante una gita, venni sorteggiato per andare a stringere la mano a Papa Giovanni, durante una celebrazione…che sinceramente ricordo poco. Ricordo bene che Papa Giovanni Il verde e la ciclabile a Romami disse qualcosa, non so in che lingua…e io rimasi li come un pesce lesso, senza capire nulla.Continuiamo ad osservare, i nostri sguardi si perdono nella moltitudine di persone che popolano il Vaticano, faccio attenzione e ancora adesso sono convinto che oltre al lato spirituale, quel luogo è una “vera macchina da soldi“. Cerchiamo l’ufficio dove eseguire il nostro ultimo timbro, passiamo dal metal detector e poi a turno entriamo per ricevere il “Testimonium“: documento che certifica l’avvenuto pellegrinaggio a Roma devotionis causa.

Roma è bella, non ha bisogno di descrizioni particolari, sprecherei solo parole per descrivere qualcosa che è da
vivere piu che da raccontare.Il Conte a Roma

Roma, la città eterna!

Ho riletto, un po per caso e un po per piacere un articolo scritto sul blog: GALLINA IN FUGA , dove Patrizia Santini mi intervistava dopo il Coast To Coast Italia in Graziella. Mi è tornato in mente che “il tempo si ferma…quando si è in bicicletta” e che “la libertà…è dentro ad ognuno di noi

…a proposito: cos’è per te la libertà?Roma - Altare della Patria

“Che bella domanda! Ci vorrebbe una risposta altrettanto bella, ma non so se riesco a dartela. La libertà è la possibilità di sognare ad occhi aperti e poter realizzare i desideri che spesso vengono messi nel cassetto, aspettando il “domani”. La libertà è dentro ad ognuno di noi, ma spesso siamo costretti a tenerla a freno e solo in qualche circostanza riusciamo a liberarla”

La risposta Giuliano è più bella della domanda, colgo l’occasione per chiederti una chiusura adeguata

“Il raccontare queste cose, non rende l’idea di ciòTestimonium ricevuto che si è vissuto. Come dice un mio grande amico: “il giorno più bello del viaggio…è domani”. Precisamente non ho mai capito cosa volesse dire, ma l’ho fatto un po mio. “Domani” è il giorno dell’arrivo, è il giorno del racconto, è il giorno in cui ci si ferma e si progetta un nuovo viaggio”

Il nostro viaggio è finito, abbiamo faticato, ci siamo divertiti ed ora è giunto il momento di brindare ad una amicizia nata un po per caso e consolidata con questo strepitoso viaggio sulle strade italiane.

Il meritato riposo

Pubblicato in Anno 2016 | 4 commenti

21 Maggio 2016 – Aspettando il viaggo “La via Francigena”

San Vito – Siamo tornati e tutto è andato bene…molto bene. Sto scrivendo il nostro viaggio, le emozioni, le esperienze e gli incontri piacevoli che durante il viaggio hanno dato vita a questa settimana sui pedali. Ancora qualche giorno di attesa….😉

7 giorni di viaggio – 800 Km sulle due ruote

Pubblicato in Anno 2016 | Lascia un commento

La sfida in Graziella No Stop: I 3 Colli in 24 ore

SLa Sfida No Stop in Graziella 2015an Vito – Le promesse sulla “Preda Ringadora” di Gennaio 2015 sono ormai lontani ricordi mentre si avvicina sempre di più il giorno della partenza. Quella partenza che giorno dopo giorno diventa reale, diventa una piccola sfida con me stesso, con i miei amici e con quei 3 Colli che sono cosi giganti: Monte Cimone, Passo dell’ Abetone e Passo Radici. Quest’ anno l’idea è nata da Andrea, il quale ci convince della possibilità reale di poter partire da San Vito e farvi ritorno entro 24 ore dopo aver scalato le 3 vette dell’appennino. Ovviamente tutto in autosufficienza, in solitaria, con solo l’aiuto di chi per caso incrocia la nostra strada.

Fino all’ultimo giorno siamo incerti su chi farà parte della spedizione, ma alla fine ci ritroviamo tutti e 5 alla partenza.: Io, Andrea, Massimo, Enrico e Gianni.
Quest’anno siamo stati ospitati dagli amici di una vita, quelli con cui siamo cresciuti, quelli con cui hai sempre una parola e un sorriso da scambiare: La Polisportiva San Vito. In occasione della 3 giorni “Parco del Guerro in Festa“, parco-in-festaveniamo invitati per fare da contorno ad una festa strepitosamente organizzata dove si è potuto trovare di tutto: antipasti, primi freddi, secondi, contorni, dolci, acqua vino e caffè. Insomma un buffet dove qualsiasi palato ha potuto trovare soddisfazione nel mangiare ciò che voleva, seguendo la formula “All You Can Eat“.

Ci mettiamo in coda ed attendiamo di pagare, noi vestiti da ciclisti e tutti gli altri vestiti da sera. Qualche occhio ci osserva, qualcuno sgrana gli occhi e qualche altro ci chiede da dove veniamo. Sorrido, stringo un occhio e gli dico la verità: “Vengo da casa, proprio dietro di lei. Dovrebbe chiederci dove andiamo…perchè dopo cena si inizia a pedalare“. Racconto qualcosa dell’avventura che staremo per intraprendere di li a poco, anche se capisco bene che posso passare per matto. La signora sorride, sbrana ancora di piu gli occhi e ci fa coraggio. Craverio, uno dei tanti ragazzi che ha servito al “Parco del Guerro in Festa”, ci fa accomodare, mentre si aprono le danze al buffet. Davanti a noi ogni ben di Dio, dai primi al Parco del Guerro in Festa 2015dolce c’è di tutto. Cerchiamo di mangiare con la consapevolezza che dopo dovremmo affrontare una bella faticaccia, anche se gli occhi vorrebbero mangiare tutto. Mentre mangiamo vediamo arrivare qualche viso noto, che si dirige al nostro tavolo: Renato detto Pitone e Silvano. Una coppia inseparabile, una coppia di amici che quando c’è da pedalare o da venirci a salutare, non manca mai. Un boccone dopo l’altro e una risata dopo l’altra ecco all’orizzonte arrivare Sonia e il suo gruppo FACEBIKE che nel fare una notturna hanno pensato bene di venire a darci una pacca sulla spalla. Al nostro tavolo c’è seduto anche Carmine ed Alberto che con la scusa di noi Graziellisti, si stanno sbaffando tutto ciò che hanno nel piatto.

GraziellaIl countdown è iniziato, mancano poco meno di 15 minuti e con passo lento e quasi imbarazzato ci dirigiamo verso il palco. Qualcuno ci osserva, qualcuno sorride e noi zitti zitti prepariamo il necessario per la partenza: luci, casco e giacchino catarifrangente. L’assessore  allo sport del Comune di Spilamberto è già col microfono in mano, Mirco è pronto per fare l’introduzione e i nostri amici a scattare qualche foto. Attorno al palco inizia a radunarsi un po di gente e come un bambino mi emoziono. Mirco col suo fare da “animale da palcoscenico“, introduce il giro, ci fa qualche domanda mentre noi cerchiamo di rispondere nel nostro modo migliore. Siamo pronti, tutto è pronto e dopo aver preso dei “matti” anche dall’Assessore allo Sport (Simonetta), ecco che si parte. La prima pedalata è sempre la piu difficile, anche se è quella che darà il via a una bellissima avventura.

PitoneIo, Andrea, Gianni, Maccy ed Enrico. Noi 5 amici, legati da tante avventure, ci troviamo nuovamente uno in fila all’altro a percorrere le strade che spesso e volentieri affrontiamo in bicicletta da corsa. Incoscienza, spensieratezza o semplicemente voglia di pedalare al di fuori degli schemi. Oltre a noi 5, si aggiunge Pitone, un ragazzino di cinquant’anni che con una bicicletta a 3 marce ci scorta fino a Vignola. La bicicletta che usa è bici da cross da bambino col cambio Pitonemodello auto sulla canna. Per un istante mi ha portato indietro di quasi 30 anni, quando coi miei cucini sfrecciavamo in campagna con le nostre 3 “Barracuda“. Pitone è davanti a noi, ci fa strada mentre noi lo prendiamo in giro, senza renderci conto che noi 5 siamo piu ridicoli di lui. Una macchina ci supera e ci suona e poco dopo un’altra ci saluta, mentre alle spalle le luci di San Vito si affievoliscono lasciando spazio ad una luna piena che ci accompagnerà per tutta la notte. A Vignola, Pitone ci abbandona e noi lo ringraziamo per la compagnia. La Fondovalle è deserta, qualche auto ci supera, ma tutto somato si va molto bene. Siamo in fila indiana, uno dietro all’altro anche perchè i sorpassi ai 15 km/h sarebbero veramente imbarazzanti. L’umore è alto e nel ricordare qualche inghippo di due anni prima durante la scalata all’ Abetone, giungiamo alla Casona dove facciamo la prima sosta al ristorante sotto curva. Al bar ci sono 4 signori che parlano e bevono un caffè. La loro attenzione viene catturata dai nostri mezzi e in meno che non si dica iniziano a fare domande, a scherzare e fare foto. Uno di loro in particolar modo, sembra essere andato giu di testa : “Sono del Pedale Vignolese, non ho mai sentito una cosa del genere….aspettate che facciamo qualche foto….domattina ci parlo io ai miei amici…gli racconterò cosa state facendo“. Si butta in mezzo a noi e si fa scattare diverse foto. Noi sorridiamo e scherziamo con loro! Nel ripartire ci accorgiamo che la ruota posteriore di Maccy ha qualche problema…ma con un Andrea Barbi non temiamo nulla. Due colpi di chiave, due martellate e una qualche “madonna” sistemiamo tutto e ripartiamo. Riscopro il piacere di pedalare in Fondovalle ad una velocità bassa, osservo l’orizzonte e le colline illuminate dalla luna. I grilli ci fanno compagnia mentre di tanto in tanto il silenzio viene interrotto dal rombo di una qualche automobile. L’andatura non è elevata, anche se tentiamo di tenere alto il ritmo, in modo da perdere il meno tempo possibile. Siamo consapevoli che la parte più dura sarà fra qualche ora, quando la strada si impennerà verso Pian Cavallaro. FananoDopo i 50 km di Fondovalle arriviamo a Fanano, dove la sosta alla fontana in piazza è d’obbligo. Siamo sudati, ma sorridenti. Qualche foto, cambiamo l’acqua nelle boraccine e poi ci dirigiamo verso la rotonda dove qualche ragazzo gioca con un pallone e qualche altro fa delle chiacchere. Mi fermo per aspettare Guerz che è rimasto indietro, mentre Barbi è là davanti. Giannino torna verso la fontana e io mi trovo da solo in mezzo a quei ragazzini stupiti che iniziano a guardarmi. Scherzo con loro, mi dò da solo del deficiente e loro sorridono. Semino i primi bigliettini da visita per poi raccontargli un po della nostra storia in bicicletta. Mi ricordo bene la frase di uno di loro, dopo avergli raccontato della Parigi-Brest-Parigi e della 1001Miglia : “Scusa, ma voi dove fare ilgiro d’ Italia!“. Sorrido, gli stringo l’occhio e li salutiamo. Bastano poche centinaia di metri per capire che la strada sarebbe inesorabilmente diventata impedalabile. Inizio a fare a zig-zag, per fare 1 metro verso l’altro ne percorro almeno 3 e ciò non va bene, nè per le gambe, nè per la testa. Guerz è davanti a me, vedo che scende e inizia a spingere la bici. Lo seguo a ruota, mentre Giannino non vuole mollare. Fatto sta che dopo 10 metri, siamo tutti a piedi a qualche decina di metri l’uno dall’altro. Spingiamo la bici, ridiamo inconsapevoli di ciò che ci aspetterà. Nella mia testa pensavo ad una salita dura, ma non cosi dura, proviamo a risalire in bici, ma non c’è nulla da fare, dopo poco torniamo a scendere. Canevare Marco Zanetti Franco CaselliPassato il pezzo piu duro, ecco che la strada spiana leggermente e con santa pazienza torniamo in sella fino quasi a Canevare, dove due fanali amici ci danno il benvenuto. Sono Marco Zanetti ed il suo amico Franco Caselli, ci ospitano a casa loro dove ci hanno preparato un rinfresco che gradiamo molto volentieri. Sono le 2:00 circa e la pancia ha bisogno di essere riempita prima d’affrontare la salita al Monte Cimone. Una pausa di poco piu di mezz’ ora per riprendere a pedalare assieme ai nostri due nuovi amici Marco e Franco: loro sulle loro mountainbike e noi sulle Graziella. Il nostro passo è subio lento, per poi trasformarsi in pesante alla prima salita che senza pietà ci costringe a scendere. Un passo dopo l’altro, un zig-zag e poi di nouvo in sella per qualche altro centinaio di metri. La luna è sempre là a farla da padrona, come ad indicarci la strada da percorrere. La luce dei nostri fanali è fioca se paragonata al fascio che ci giunge dalla luna. La vallata è buia, ma le ombre lasciano poco spazio all’immaginazione, alberi qua e là, una qualche casa a bordo strada fino a giungere al bivio del Lago della Ninfa. Monte CimoneMi torna in mente lo stesso paesaggio durante il periodo invernale, quando da piccolino venivo a sciare coi miei amici: alberi alti e bianchi, freddo pungente e gente in ogni angolo. Ora invece è tutto fermo, non c’è un anima viva e tutto è di colore verde scuro tendente al nero. Solo i riflessi della luna e dei nostri fari ci fa distinguere le cose circostanti. Arriviamo alla sbarra che delimita la stradaValle di Fiumalbo carrabile da quella chiusa al traffico automobilistico. Ora mancano gli ultimi km, quei km che curva dopo curva, tornante dopo tornate sarò costretto a percorrere a piedi. Se pedalo sono l’ultimo del gruppo, se cammino supero qualcuno. Secondo voi che scelta avrò mai fatto? Arriviamo a Pian Cavallaro alle 5:20 di mattino, fa freddo, DSCF0699ci svestiamo e ci rivestiamo con panni asciutti. Mangiamo qualcosa e salutiamo i Marco e Franco che con santa pazienza ci hanno fatto compagnia in questa lunga e lenta salita. Ora dobbiamo scendere verso Fiumalbo per la strada sterrata. Questo sentiero viene usato da chi ha dei fuori strada, quindi potete immaginare che con delle Graziella è impensabile poter mettere il sedere sul sellino per qualche metro. Ancora una volta con le mani sul manubrio e i piedi a terra, ciio incamminiamo verso l’orizzonte che a quell’ora del mattino ci fa scorgere un panorama strepitosamente suggestivo. Le noste teste coperte da un cielo scuro, che lentamente prende colore, le cime sul versante toscano sono coperte da nubi che lasciano pensare al peggio, mentre la pianura è chiaramente visibile. La vallata dove dobbiamo scendere è coperta da un manto bianco, nel quale dopo qualche km ci immergiamo: sono nuvole basse, che nel silenzio della vallata nascondono ogni cosa. I nostri passi sono lenti, i piedi sopportano il peso della notte, mentre le caviglie sono a rischio distorsione. Il sentiero è decisamente largo, ma ricoperto di ciottoli grossi come pompelmi, che rendono difficile la discesa verso Fiumalbo. Il sole ancora non si vede, ma la luce da lui emessa lentamente da forma alla vegetazione e alle case nascoste in mezzo agli alberi. Durante la discesa a piedi, cechiamo di raccontarci qualche avventura passata, in modo da tenerci svegli, anche se Giannino fatica a tenere gli occhi aperti. Si lamenta ma allo stesso tempo tiene botta e fra un sasso e l’altro trova il modo di farci ridere, con i suoi racconti di gioventù. DSCF0707
Non potrò mai scrivere in questo blog del suo passato, ma vi posso garantire che un personaggio così è stato un peccato averlo conosciuto solo qualche anno fa e non all’età di 20 anni. Giannino un capitano d’altri tempi! Guerz si ferma a “cambiare l’acqua al canarino“, noi proseguiamo e ci fermiamo poco piu a valle. Ci raggiunge e con quel suo solito sorriso ironico ci dice: “Ragazzi, la mia sfida in Graziella finisce qui“. Stupito lo guardo e lo mando a quel paese. Poi ci indica il seggiolino e notiamo che i su canotti si sono dissaldati. Per pedalare un po piu comodi, abbiamo saldato due canotti assieme, ma fra un sasso e l’altro la saldatura ha ceduto. Ora stanno assieme solo perchè qualche cm di uno è infalato in quell’altro. Discesa verso FiumalboNoi facciamo le scontate battute del pedalare senza sellino, mentre Barbi sorride “Datemi un po di nastro adesivo e ti sistemo tutto“. Il nostro McGyver non impiega tanto e in men che non si dica riesce a sistemare i canotti, che terranno botta fino alla fine del giro! Poco prima dell’ingresso a Fiumalbo, la strada torna asfaltata e con tanta gioia noi torniamo in sella. DSCF0716Sfrecciamo uno dietro l’altro quando io e Giannino ci accorgiamo di due signore a bordo strada che passeggiano alle prime luci del mattino. Ci fermiamo per chiedere informazioni, mentre loro ci chiedono “Chi siete? Cosa fate? Dove avete dormito? ecc..“. Secondo voi cosa abbiamo fatto? Qualche minuto di show e tante risate. Loro trasferite a Fiumalbo da diversi anni, ma con accento straniero, hanno lascisato il Sud Africa per amore. Bionde, occhi chiari e un sorriso strepitoso: Genny Nizzi e
sua Mamma, un piacevole incontro. Scendiamo qualche centinaio di metri per poter fare colazione al primo bar aperto: pasterella e caffè! Ora saliamo di nuovo in sella per affrontare l’ Abetone, che dista da li poco più di 7 km. Pedaliamo col sole in fronte, consapevoli di poter finire il giro nelle 24 ore, mentre la strada si impenna. Curva dopo curva, albero dopo albero, mi viene in mente la scalata che feci con Maccy qualche anno prima. Io in sella ad una pieghevole che non ne voleva sapere di restare assieme. Questa volta invece la Graziella non cede e mi porta fino su in cima, dove ovviamente arrivo per ultimo, ma felice. Non capisco come mai sono sempre ultimo…bhoooo! Andrea BardiL’Abetone è conquistato anche se il sedere inizia a farsi sentire e le gambe non rispondono piu come qualche ora fa. Mentre mangio un boccone mi accordo con mia zia che si trova in villeggiatura a Rotari, un paesotto nella valle fra il monte Modino e Taglione. Le scrivo: “Tata, scendiamo verso Pievepelago e poi andiamo verso Passo Radici“, dopo pochi minuti ecco la risposta: “Bene, veniamo a salutarvi“. La “Tata” ha quel soprannome fin da quando avevo 5 anni e andavo da lei a lezione di tutte le materie che provavo a studiare. Come le ho scritto in un messaggio “Sono un cavallo dalle orecchie lunghe“, perchè non ho mai avuto una gran voglia di studiare, ma poco alla volta e grazie a lei sono riuscito a laurearmi. Da cavallo ora mi sento reincarnato in un ippopotamo che tenta di pedalare su una Graziella.

Ci fermiamo nel bar prima della salita, dove ci beviamo un gustoso caffè e faccio un incontro che non avrei mai detto: “Mr Globo!”. Un altro salto nel passato, che mi porta a 20 anni indietro, quando con i campeggi parrocchiali si Spilamberto andavamo a gozzovigliare a Tagliole e a mangiare la pizza al Globo! Ora a tanti annidi distanza, mi trovo di fronte un personaggio che sul volto mostra i segni di una vita lavorata, mentre si trova a fare tutt’altro mestiere dopo aver chiuso la pizzeria. Lo saluto e riparto assieme ai miei amici per Passo Radici. La strada è tortuosa, in salita e sotto a un sole che in inizia farsi sentire. Pedaliamo lentamente, ma con passo costante fino ad arrivare a Sant’ Anna quando ci fermiamo a bere alla fontana del paese. L’acqua fresca non ha prezzo, specialmente quando si è accaldati, svuotiamo le boraccine, le riempiamo un’altra volta e riposiamo su una panchina. Da li a poco arriva mia zia sul fuoristrada dal quale escono: mio zio Graziano, Giordano e sua moglie Simona con i loro 3 figli: Nicolà, Tommaso e Sofia. Spettacolo, era un po che non li vedevo e ritrovarli tutti li è veramente speciale. Da piccolini i miei cugini li ho sempre chiamati “i bimbi“, mentre ora siamo quarantenni e “i bimbi” sono diventati i sui figli. Scambiamo due battute, due foto e poi via verso l’ultima fatica, lasciando alle spalle un pezzo della mia vita. Ora la pedalata è veramente pesante, la testa inizia a “sfarfallare“, il sudore scende sulla fronte fino ad entrare negli occhi, la lingua fra i denti e le mani ben strette sul manubrio. Penso solo ad arrivare, anche se la vetta so bene che non è dietro l’angolo. All’improvviso, una macchina ci supera e ci suona, due mani escono da finestrino assieme a due urla di gioia: la figlia di Giannino con suo marito e il loro bimbo sono venuti a salutarci. Ci fermiamo per due saluti al volo per poi ritrovarli su al passo. Ripartiamo, zig-zig, un’imprecazione e zig-zag, un colpo di pedale e una parolaccia fino a che la strada non spiana. Illusione che dura poco e nuovamente la strada si impenna. Sono 13 km che non mollano mai, 13 km che se fatti con una bici da Passo Radici: Foto Alessandro Montagnanicorsa è un conto, ma fatti in Graziella è tutt’altro, specialmente se si è in giro dalla sera prima. Qualche ciclista ci supera, qualche altro ci saluta, mentre uno solo ci affianca e ci accompagna fino in cima, è Alessandro Montagnani di Livorno. Simpatico ragazzo che nel riempirmi di domande mi prende in simpatia e col quale pedalo con piu leggerezza: un po per non sfigurare e un po perchè la testa pensa ad altro e non alla fatica che in quel momento mi stava attanagliando le gambe. Poco dopo due cicliste ci superano, sorridendo gli dico “Non ditemi nulla, lo so siamo dei cretini a fare queste cose“. Loro sorridono e poco dopo tornano indietro per scattare una foto con noi. Simpatiche e anche cordiali, scattano due foto e poi ci salutano, mentre noi arriviamo in cima al Passo dopo aver salutato Alessandro. Il Passo Radici ha una sapore diverso da tutte le altre volte, è come aver vinto l’ultima battaglia, è come essere arrivati in fondo alla nostra sfida. Mancano ancora 90 km, ma sono tutti di discesa e pianura. Siamo in netto anticipo sul tabellino di marcia, quando arrivati in cima decidiamo di fermarci per pranzo: sono le 12:00 circa. Due piatti di tagliatelle a testa, un mezzo litro di vino e tanti sorrisi che ci scambiamo prima dell’arrivo di Loris e del suo amico. Erano partiti alla mattina da San Vito con le loro bici da corsa, per poi raggiungerci giusto all’ora di pranzo! Finiamo di mangiare e ci dirigiamo nuovamente fuori, dove le nostre amate biciclette ci aspettano. Salgo in sella, cerco la posizione piu comoda per il sedere, mentre alzo lo sguardo e vedo sul ciglio della porta un volto noto. Scorro fra tutti i volti che la mia mente ricorda, ma in prima battuta non vedo nessuno. Eccolo, forse è lui, ma allora aveva i capelli neri, mentre ora ha qualche kg in piu e i capelli grigio, un po come i miei. Mentre lui guarda i nostri mezzi, gli chiedo “Ma sei per caso il figlio di Bagni?“. Sorpreso mi guarda a modo, ma non mi riconosce. “Dai, sono il nipote di Serventini, quello che abita a Villabianca“. Discesa da Passo RadiciVedo che rimane stupito, ma poi conferma la mia impressione. Ci eravamo conosciuti quando andavo alle superiori e nei periodi estivi davo una mano a mio zio a fare da manovale. Due battute, due saluti e via verso la bassa. Ora le biciclette scivolano sull’asfalto come fossero delle frecce scoccate da una arco, i freni sempre pronti ad intervenire, mentre lo sguardo inizia a sentire il peso della digestione. Non importa, si scende forte, veloci, come da bambini ci buttavamo giu a uovo dalle piste IMG_20150801_151357di sci, senza pensare al pericolo della situazione. Una leggera frenata per impostare la curva e poi di nuovo a lasciare scorrere le ruote da 16 pollici. Riusciamo a schivare l’acqua fino all’altezza di Cerredolo, dove un piccolo temporale ci rinfresca le idee. Sassuolo è alle porte, pedaliamo felici, sereni con la consapevolezza d’aver fatto un giro semplicemente bello e allo stesso tempo impegnativo. Le strade sono quelle di casa, quelle che ti fanno sentire arrivato, quelle che km dopo km ci portano all’ingresso di San Vito.

DSCF0756Sono trascorse circa 21 ore dalla partenza, quando alle 19:00 facciamo ingresso al Parco del Guerro, che si prepara alla seconda serata di festa!

Un grazie particolare all’amico di 1000 avventure, ENRICO GUERZONI che con questo viaggio gira pagina per iniziare a scriverne un’altra molto importante: in bocca al lupo Guerz!

Un grosso grazie a tutti quelli che hanno creduto in noi, che ci hanno sostenuto e hanno apprezzato ciò che abbiamo fatto.

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La Sfida in Graziella No Stop 2015

Finite le randonnee messe in calendario per quest’anno, ora ci aspetta l’ultima sfida goliardica, anche se quest’anno forse abbiamo un po esagerato.

Tenteremo un altro giro in Graziella, partendo da San Vito e percorrendo circa 200 km in meno di 24 ore. La difficoltà sarà data dal dislivello, che dopo aver toccato il Monte Cimone, Passo dell’ Abetone e Passo Radici sarà intorno ai 3700 metri.

In occasione della 3° edizione “Parco del Guerro in Festa”, Venerdi 31 Luglio 2015, assieme ai miei compagni di viaggio di sempre: Andrea, Gianni, Massimo ed Enrico, tenteremo il giro de “i 3 Colli in Graziella No Stop”

Venerdi 31 Luglio, alle ore 19:30 saremo al “Parco del Guerro in Festa” dove ceneremo per poi prepararci per la partenza fissata per le ore 22:00

Vi aspettiamo, “Parco del Guerro in Festa” è un evento da non perdere!

La Sfida No Stop in Graziella 2015

 

Parco del Guerro in Festa

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18 Luglio 2015 – Ravorando e la maglia della Nazionale

BOLOGNA – E’ uno degli appuntamenti che molti randagi stanno aspettando da molti mesi: la consegna della maglia della Nazionale Italiana Randonneurs. I mesi precedenti a pedalare sulle vie d’ Italia danno l’accesso a poco più di 450 ciclisti di fare parte di questa grande famiglia. Eravamo in 3 di San Vito a provarci e alla fine siamo rimasti in 2: io e il Guerz. Quest’anno è stata un’annata un po anomala, vuoi il poco tempo, vuoi che la voglia non sia quella dei primi anni, vuoi che abbiamo giocato d’esperienza, ma alla fine ci siamo allenati poco. Come dice il Guerz: “Abbiam fatto più km in randonnee che di allenamento“. Effettivamente non posso dire il contrario, vista la mia scarsa forma fisica e la mia fatica sempre più importante ad arrivare in fondo a tutte le randonnee fatte. Tiro su le spalle, sorrido e assieme al Guerz andiamo a ritirare la maglia, che con questa fanno 3.

Arrivo a Bologna a metà pomeriggio, c’è caldo forse fin troppo, ma del resto siamo in Luglio e non a Dicembre. Parcheggio la macchina, mi guardo intorno e cerco d’individuare l’ingresso della Polisportiva. Non ci sono grandi indicazioni, vista la mole dello stabile, ma in un qualche modo, seguendo qualche altro intrepido ciclista, trovo la sala gremita di persone più o meno conosciute. Una trentina di persone in fila alla mia destra, procedono molto lentamente per il ritiro della maglia, mentre dall’altra parte della sala ci sono i “big” di questo mondo che raccontano e spiegano al meglio cosa succederà a Parigi fra qualche mese. Rigamonti, Bonechi, Ricco e tanti altri si passano il microfono per trasmettere le loro esperienze ai ciclisti meno esperti: “In Francia, tutto ha un costo…“, “Partirete a gruppetti…“, “Dosate le forze…“, “Cercate di non rimanere soli…“. C’è chi fa la fila, chi parla, chi si  saluta, chi sorride e in mezzo a tutti lentamente scorgo i primi volti conosciuti: Berni il rapper, Sonia, Paperina, Caiazzo, Massimo, Pietro, Carmine, ALberto, Luigi, Fabio e tanti altri. Fra tutti rimango colpito da un raggozzotto dai capelli come i miei, che mi ferma mentre sto per andare verso l’uscita. “Ciao…ti ricordi? Sono Fausto“. Due secondi di silenzio e poi mi accorgo di non riconoscerlo. Sul mio volto, immagino sia apparsa la scritta “Devo mangiare piu fosforo…ho la memoria di un pesce rosso“. Lui sorride, capisce al volo che non l’ho riconosciuto e mi inizia a raccontare dove ci siamo incontrati. Nella mia testa iniziano a circolare vaghi ricordi, ma tutto molto nebuloso. Devo cambiare discorso, altrimenti faccio la figura del pesce lesso! Gli stringo la mano, gli chiedo come sta, se andrà a Parigi e da li iniziamo a parlare delle nostre pedalate. Mentre parlo, il mio cervello continua a pensare dove l’abbiamo incontrato, ma più penso e più non trovo il bandolo della matassa. Poco dopo ci salutiamo. Arriva il Guerz poco dopo l’inizio della cena, gli do la maglia ritirata poco prima e gli racconto di Fausto. Guerz, mangia molto piu fosforo di me e ha i ricordi molto piu vivi.

La partenza viene anticipata di qualche minuto, mentre la temperatura è ancora alta. Sudo solo a parlare, quindi decido dipartire abbastanza scarico e con solo un Kway smanicato come indumento per il freddo. Alla partenza sono fra gli ultimi, ma come al solito non mi preoccupo. Siamo io, Guerz, Paolo e Fabio. La fila di luci si snoda lungo le vie bolognesi, mentre scambio qualche chiacchera veloce col Guerz. Ci accodiamo ad un gruppetto che sembra avere un’andatura adatta al nostro passo, mentre mi accorgo che Paolo non riesce a stare a ruota. Abbiamo un passo diverso e ci perdiamo dopo pochi km. E’ notte e dopo qualche anno mi trovo a pedalare senza il mio amato mozzo dinamo, in assistenza causa una infiltrazione d’acqua. Come agli inizi, uso le torce a pile, che ben presto mi accorgo non siano adatte a questo sport. La luce è fioca e non sono paragonabili neanche per sogno al mozzo della S-ON. Pazienza, fortunatamente Guerz ha il suo fanale ben funzionante, che illumina l’intera carreggiata. I primi 120 km li pedaliamo dietro ad un tandem che a tutta birra sfreccia fra i su e giu delle prime colline Bolognesi, che ci portano a Quinzano e successivamente a San Benedetto del Querceto. Giù, adesso si scende e a tutto gas pedaliamo in direzione di Castenaso. La strada è monotona, poco piacevole per colpa del caldo e della pianura che in queste zona non lascia tanto spazio alla fantasia. Raggiungiamo Budrio a ruota di un Tandem che pedala sicuro nella notte, facendoci fare meno fatica del previsto. Sono due ragazzi che guidati dal loro gps non badano tanto a storie e con la testa bassa pedalano come se non ci fosse un domani. Ci racconteranno poco dopo che cercano di guadagnare tempo nel pezzo pari, perchè in salita la pedalata si farà piu dura e faticosa. Arrivati a Selva Malvezzi, cerchiamo un posto dove appoggiare la bicicletta per timbrare e mangiare qualcosa. Inaspettatamente veniamo assaliti da zanzare fameliche, che cercano in ogni modo di infilare il loro pungiglione nella mia pelle. Mangiamo qualcosa in fretta e ripartiamo, mentre ci tiriamo qualche schiaffo sulle gambe e sulle braccia. Via, di nuovo dietro i nostri “amici“, che senza fiatare ci fanno strada. La strada è dritta, pianeggiante, monotona e con qualche buca che ci da motivo per allontanare la sonno. Il cielo è stellato, le campagne intorno a noi rilasciano i profumi caratteristici dell’erba appena tagliata mentre i grilli rompono il silenzio in cui queste terre sono immerse. Ogni tanto il fanale di sinistra si spegne, mentre quello di destra dopo una buca improvvisa salta per terra. Fortunatamente ho il fanale in testa che non mi lascia solo e mi illumina la strada quanto basta per non andare nel fosso. Le salite sono sempre un tormento per me, ma stringo i denti cerco di restare col Guerz. Lui spesso in salita si stacca o meglio mi stacca ed io rimango qualche decina di metri indietro, ma poi lo raggiungo per poi continuare assieme. Su e giù, Brisighella è passata per poi dirigerci verso Marradi. La notte sta passando e le prime luci del giorno sono li davanti a noi ad illuminarci la strada. La temperatura è leggermente scesa, ma ancora non sentiamo il freddo pungente a cui eravamo abituati qualche mese fa. La discesa è ripida, i freni sono ben stretti fra le mie mani e le spalle diventano sempre piu tese a causa della velocità elevata. Improvvisamente l’aria diventa fresca e la pelle inizia sentire il cambio di temperatura. Sulle braccia inizia a vedersi la “pelle d’oca“, ma ugualmente non ci fermiamo ma continuiamo fino a Palazzuolo dove c’è il penultimo controllo. E’ l’alba, ho sonno e il corpo è un po indolenzito. Al ristoro c’è Sergio, che ci da il buongiorno con un SUPER BOMBOLONE alla CREMA! Voto 10! Sergio, mi hai fatto passare tutti i mali che avevo addosso. Dopo il bombolone, qualche fetta di pane con Nutella e poi di nuovo in sella. Altri 10 km di salita che mi fanno digerire tutto, per arrivare a Castel del Rio e poi a Sassoleone. Le salite sono finite, le sofferenze pure, anche se i km mancanti sono ancora tanti: circa 80. L’ultimo controllo è in un bar lungo la strada che ci conduce a San Clemente. Arriviamo accaldati, perchè sono quasi le 9:00 della mattina e il sole sta già scaldando fin troppo. L’acqua nella boraccina è poca e calda e non vedo l’ora di cambiarla. Il bar ci accoglie col sorriso, timbriamo e facciamo finalmente la conosce di un nostro “mito“: Zama Eris. Si è scordato il cartellino sul banco del bar e il Guerz nel leggere il nome cerca subito il nostro uomo. E’ lì, un signore sui 60 anni, sul volto qualche segno dovuto ad una caduta fresca di giornata, un gomito gonfio, ma nessuna smorfia di dolore. Se fossi stato io al suo posto, avrei reagito diversamente…forse lamentandomi e imprecando. Lui, una roccia, un sorriso e tanto stupore nel sentirci raccontare di lui attraverso i racconti del nostro amico Giannino. Zama e Giannino si conoscono da tempo per le imprese fatte o forse perche entrambi personaggi d’altri tempi. Zama sembra piu tranquillo, quando impara che bene o male abbiamo sentito parlare di lui e in un qualche modo ci chiede se può fare il resto della randonnee assieme a noi. “Certo Eris, dai che andiamo“. Tentenna un po a salire sulla bici, ma poi si mette davanti e fa strada: è stanco e le pedalate diventano sempre piu lente, specialmente quando la strada si impenna leggermente. Noi siamo preoccupati per la sua situazione e nella nostra “semplice tenerezza lo prendiamo sottobraccio” e via verso Bologna. Il sole è forte, l’umidità è micidiale e noi tre pedaliamo in mezzo ad un deserto: non ci sono bar aperti, l’unica trattoria che incontriamo è chiusa e l’asfalto fa il resto. Si pedala in fila indiana, cercando di non pensare ad altro che ad arrivare. Curva dopo curva, metro dopo metro fino a scogere il circolo Benassi. Mi giro urlano “Eris, ce l’abbiamo fatta!“. Lui sorride e come l’abbiamo incontrato sparisce fra la gente. Se solo ne avesse voglia, penso che quest’uomo potrebbe raccontare per ore e ore le sue avventure in giro per il mondo, facendo rivivere qui momenti indimenticabili a persone comuni come me. La 300 km è finita…ora pensiamo a divertirci.

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13 Giugno 2015 – Giro dell’ Emilia 400 km

Randogiro Emilia Percorso 400 kmCASTELFRANCO EMILIA – Tornare da dove si è partiti è un po come ricominciare da capo o chiudere il cerchio. In questo caso è un po il penultimo capitolo di un ciclo che si chiude dopo mille avventure, mille risate, qualche divergenza e un’amicizia che penso durerà finchè avremo vita. Siamo partiti nel lontano 2009 e se mi giro indietro, posso raccontare di “Piccole Storie di Grandi Amici“, proprio come intitola questo blog. Storie che per un motivo o per l’altro ci hanno unito e hanno fatto crescere un gruppo di amici. Ora siamo qui, a Castelfranco Emilia a pochi km da casa, a ripercorrere le strade che molto spesso ci vedono passare da soli o assieme ad altri ciclisti. Le conosciamo bene, forse fin troppo da prendere un po il Giro dell’ Emilia con leggerezza, con spensieratezza, come se fosse un’uscita in bicicletta come tante altre. Non è così, il Giro dell’ Emilia è sempre impegnativo, vuoi per il caldo, vuoi per la distanza, vuoi per il poco allenamento, ma mi metterà a dura prova.

Siamo in due di San Vito, io ed Enrico Il GuerzGuerzoni. Decidiamo di partire da casa in bicicletta, visto che la partenza è fissata per le 9:30 a Castelfranco Emilia. Arrivati alla partenza, molti sono i volti noti, molti sorrisi, in tanti si scambiano opinioni sul giro, si raccontano le avventure sulle due ruote e si abbracciano come se fossero amici da sempre. Questo è il mondo delle randonnee, questa è la parte bella che spesso mi colpisce quando mi trovo ad affrontare una nuova avventura. Io, Giuliano ServentiniSaluto subito gli amici di Modena: Luigi, Alberto e Carmine, poi incrocio Sonia, il Levvo, gli organizzatori LorenzoGraziano e Turrini, poi lo sguardo si perde in mezzo ai ciclisti ed ecco che intravedo MaurizioPietro col suo compagno di viaggio di cui mi sfugge il nome, ma che certamente non passa inosservato: un signore dai baffetti bianchi con una forza e grinta da vendere (non so come riesca ad affrontare queste fatiche col sorriso). Sposto lo sguardo verso destra, una sagoma nota, una ragazzo magro con qualche tatuaggio qua e là: Fabio Zen Albertoni di Arco, alzo il braccio e ci salutiamo. Ancora Mauro di Bologna, che col suo accento marcato e la sua battuta sempre pronta mi fa sorridere, mentre mi racconta delle sue fatiche sulla bicicletta. Poco più avanti il tandem di Enzo e Nadia che però riesco a salutare solo dopo qualche decina di chilometri. Mi volto ancora alla mia destra e mi accorgo che proprio sotto al naso c’è Paolo Mario Caiazzo! Io e il GuerzIl cerotto sul naso è inconfondibile, la sua divisa azzurra e il sorriso stampato sulle labbra. Racconta di qualche inconveniente con la registrazione di un brevetto, ma poi ci ride sopra e pensa a fare bene questa 400 km.

Ore 9:30, Lorenzo Borelli fa partire il primo gruppo di ciclisti. Saremo circa in 50, gli altri seguiranno a distanza di 5 minuti da noi. A velocità controllata si passa per il centro di Castelfranco Emilia per poi dirigerci verso il bolognese. I primi km li facciamo in coda ad un gruppetto che non va oltre i 25 km/h, al chè faccio un cenno al Guerz e ci portiamo davanti per procedere ad una velocità leggermente più sostenuta. La parte di pianura è bene farla in fretta, per poi rallentare sulle salite che mi faranno sicuramente sputare sangue. Arrivati a Budrio, timbriamo al controllo dove Lorenzo è già là che ci aspetta, riempio la boraccina e via in direzione delle montagne. Il gruppetto al quale ci siamo accodati va abbastanza forte e presto siamo costretti ad abbandonarlo. I primi saliscendi sono li ad aspettarci, mentre il sole inizia a scaldare e fare sentire la sua presenza. Bevo molto, perché voglio evitare i crampi, ma allo stesso tempo cerco di dosare questa risorsa indispensabile. Sono in coda,Randogiro Emilia 400 km Guerz è poco più avanti, mentre mi accorgo che le mie gambe sono un po pesanti. Una boraccina è vuota, mentre l’altra sta per finire. Siamo lungo la Valle del Silaro, una vallata verde, ma con poche zone d’ombra a proteggere noi ciclisti. Cerco di sfruttare “quelle zone scure” , per alleviare la calura imposta dal sole. C’è caldo, si suda e l’umidità la fa da padrona. Ai bordi della strada non vedo nessuna fontana, mentre in lontananza noto un cimitero. Faccio un urlo al Guerz, ma non mi sente. Continuo in coda, sperando di incontrare un’altra fonte d’acqua. Ne passiamo un secondo, ma ha la porta chiusa, nel frattempo finisco anche la seconda boraccina. Ora mi stacco, pedalo più lentamente, prestando attenzione ad individuare una fonte d’acqua fresca. Poco avanti c’è un parchetto giochi e una fontanella. Mi fermo, sono da solo e nessuno mi corre dietro. Mi tolgo il casco, metto la testa sotto all’acqua e ci rimango per qualche istante. Mi sembra di rinascere, mi sembra che tutto torni alla normalità. Il sole mi stava cuocendo e se non mi fossi fermato l’avrei certamente pagata. Riprendo a pedalare, intorno a me nessuno. La strada si impenna leggermente, mentre riesco a raggiungere Guerz o forse lui si ferma per aspettarmi😉 . Qualche km ancora ed arriviamo al primo controllo: panini col salame, con la mortadella, una crostata e CocaCola. Mi sembro “Poldo” quando mangia gli Hamburger: mangio i panini al salame a due mani. Ripartiamo a pancia piena, un po di discesa, per poi ricominciare a salire lentamente in direzione sud: verso la Toscana. E’ caldo, qualcuno lo soffre di più e qualche altro di meno, ma siamo tutti sulla stessa barca. In molti mi superano in salita, ma alla fine ci ritroviamo tutti fermi alla prima fontanella che come una manna dal cielo ci da un minimo di sollievo. IMG_20150613_111614Bagno testa, braccia, gambe e cappello. Mi dispiace ripartire, lasciano alle spalle quella sorgente d’acqua fresca, ma purtroppo devo farlo. L’acqua all’interno delle boraccine, resta fresca per qualche minuto, dopo di chè è pronta per fare un buon thè caldo. Si sale, la salita non è delle più ripide, ma ugualmente mi fa sputare sangue. Una curva, poi due, poi tre, fino a chè spiana. Torno a rifiatare, le gambe si incendiano per poi tornare a rilassarsi. Cerco di sciogliere un po i muscoli, ma la strada torna ad impennarsi all’improvviso. Qualche pensiero va all’amico Paolo Caiazzo, che abbiamo perso prima del primo controllo. “Chissa dove sarà? Chissa come sarà messo?“. Poi torno a guardarmi intorno mentre una natura quasi selvaggia mi da un minimo di sollievo. Alcuni campi sono coltivati, mentre in altri sorgono boschi rigogliosi. Si sente il rumore di qualche ruscello sgorgare fra i sassi e qualche frasca mossa da un leggero venticello che mi asciuga lentamente il sudore. La strada che ci porta alla Futa è percorsa da qualche motociclista, che al contrario del solito, sembra rispettare i poveri ciclisti come me che arrancano sulla stessa strada. Non ce ne sono tanti, ma i pochi che passano lasciano una scia inconfondibile di benzina bruciata. Il rombo è assordante e svanisce tornante dopo tornate. Sono talmente “cotto“, che spero sempre nell’ultimo tornate: appena sento in lontananza una moto, inizio a contare il numero di accelerate, che ragionevolmente potrebbero essere il numero di tornanti che mancano ancora (almeno fino a quando sento il rombo). Li conto, uno…due….tre….quattro e poi la moto appare di fronte per poi scendere verso valle. Conto le curve come se fossero le pecorelle della buonanotte, ma con una cadenza molto più bassa. Passo della FutaDistraggo la mente, cerco di ingannarla, per soffrire meno. Siamo in 3, io, Guerz e un signore che ci racconta d’aver appena concluso il “Giro delle Repubbliche Marinare“: mancano poche centinaia di metri al Passo della Futa. Ecco il bivio ed ecco la rotonda che ci da il benvenuto. Scattiamo qualche foto, rifiatiamo un attimo e poi ripartiamo. La strada si impenna leggermente, gli alberi sono alti e ci proteggono dai raggi di sole che ancora scottano la nostra pelle. Passo della FutaHo le gambe rosse, le braccia roventi e la testa che bolle. Le ruote iniziano a girare più velocemente, mentre la strada diventa pianeggiante per poi trasformarsi in una lunga discesa. Ogni tanto mi alzo sui pedali, per dare sollievo al “soprasella“, che nonostante tutto inizia a darmi fastidio. Le ripartenze sono sempre un momento poco piacevole, dovendo ritrovare la posizione giusta sulla sella. Scendiamo a tutta velocità, Guerz è un missile anche in discesa, mentre io sono più cauto e mi stacco di qualche decina di metri. Il nostro amico dalla divisa nera, lo perdiamo dopo alcuni chilometri. Il percorso è segnato molto bene e quindi è molto difficile sbagliarlo, ma la complicità della stanchezza ci fa sorgere dei dubbi. Sia io che Guerz ricordiamo una strada secondaria, costeggiata da un muro che negli anni scorsi avevamo percorso sempre in questa randonnee. Ad un bivio ci sorge un dubbio: sinistra o dritto? Le “frecce gialle” indicano “dritto“, ma la nostra testa ricorda “sinistra“. Ci fermiamo, chiediamo indicazioni a 3 signore e poi ad un ragazzotto che scopriamo essere di nazionalità slava. Ci indica la strada giusta: le “frecce gialle” avevano ragione! Due modenesi persi nel bolognese, aiutati da uno slavo: sembra una barzelletta :-)! Siamo in perfetto orario sulla tabella di marcia, anche se nella mia testa pensavo d’essere già oltre Mongardino. Mando qualche messaggio a Giada e a Levvo, Km 185i quali ci aspettavano a San Vito intorno alle 20:00. Tutto da posticipare…arriveremo qualche ora dopo. Via, si continua a pedalare di buon passo, scambiando qualche parola sugli aneddoti degli anni scorsi. Passato Sasso Marconi, ci dirigiamo verso il bivio che ci porta sull’ultima salita impegnativa: Mongardino 7-8 km di salita, dopo averne percorsi 200. Ho le gambe stanche, il sedere che scotta e la testa che vorrebbe essere già a casa. Invece tutto da rifare, sono ancora lì a pedalare piano piano sulla salita che mi farà sudare metro dopo metro, ricordando il passato: eravamo io, Giannino, Giuliano e il suo amico Pietro. Purtroppo Pietro, non è più fra noi, ma in quell’occasione mi lasciò un bellissimo ricordo: un uomo sorridente, dalla parola facile e sincera che mi incoraggiava a salire senza pensare alla fatica. Con quei ricordi ancora vivi nella mente, salgo lentamente ed arrivo al controllo: riso freddo (non dei migliori), un pezzo di cioccolato, due parole con Massimo e Francesco (spero di non aver sbagliato il nome) e poi via verso San Vito! Il controllo dista circa 40 km o poco più, le strade sono conosciute e fra un incrocio e l’altro arriviamo in un paesotto in festa: dobbiamo scendere dalla bicicletta per attraversarlo e nelle poche centinaia di metri che camminiamo, un signore mi ferma per chiedermi se siamo quelli della randonnee! “Certo che siamo noi….veniamo da….siamo partiti da…siamo cotti…ecc…“. Poche parole, perchè sono stanco, ma come al solito contento d’averle scambiate. La strada adesso è pianeggiante e km dopo km ci troviamo sulla “pedemontana“, uno stradone lungo 15 km che ci porta alle porte di San Vito. San Vito, quel paesotto in cui San Vito c'è - Randonnee Per Casoabitiamo. San Vito c'è - Randonnee Per CasoI nostri amici che sono al punto di controllo sono strepitosamente bravi e sempre con un pizzico di ironia: ci fanno trovare due Graziella pronte su cui ripartire! Fortunatamente è solo uno scherzo…altrimenti mi sarei messo a piangere! In questo controllo perdiamo un po di tempo in piu rispetto al solito. Ci sono i miei genitori, mio fratello e Serena, i genitori di Giada e tutti i miei, nostri amici che con il loro strepitoso modo di fare mi fanno sentire San Vito c'è - Randonnee Per Casoproprio come a casa. Sapendo di “giocare” in casa, Giada mi fa trovare un accappatoio e un po di sapone…ne approfitto per fare una doccia rigenerante negli spogliatoi che in tante occasioni mi hanno visto tirare calci al pallone e a qualche avversario. Docciato e cambiato, torno fuori, finisco di mangiare, mentre il Guerz è steso su un tavolo che dorme. Scattiamo 2 foto, forse 3, forse 4 San Vito c'è - Randonnee Per Caso(Giadaaaaaa e Levvoooooo…..ma quante foto fate??😉 ) e poi torniamo in sella alle nostre fedeli biciclette per dirigerci verso Formigine! Suoniamo le nostre trombette, salutiamo e via verso l’oscurità. Il sole è già calato da diverse ore, ma ugualmente non fa freddo, anzi la temperatura è decisamente piacevole. Prima di partire mi ero infilato i manicotti, ma dopo due pedalate me li sono San Vito c'è - Randonnee Per Casotolti immediatamente. Siamo io e Guerz che nella notte pedaliamo sulle nostre terre, quelle terre che ci hanno fatto crescere e diventare amici. Arrivati poco prima di Formigine vediamo in lontananza dei lampi. Subito penso al peggio, invece Guerz mi rassicura: “Stai sereno…sono solo fuochi d’artificio“. Non vedo altro bagliore e non sento nessun rumore. Passa un minuto ed ancora un bagliore bianco all’orizzonte. Pedaliamo verso quella direzione, fino a scorgere fra gli alberi lontani dei bagliori colorati. Si, sono proprio fuochi d’artificio! Ce li godiamo per qualche istante per poi lasciarceli alle spalle, visto che di tempo ne avevamo già perso fin troppo. Passiamo Sassuolo e poi ancora dritto verso il reggianoIMG-20150614-WA0000 fino a giungere ai primi su e giù fra ville lussuose e giardini immensi. Sono le ville degli imprenditori del comprensorio ceramico, che dall’alto delle colline dominano la pianura reggiana. Abbiamo sonno, ma dobbiamo resistere, anche l’orario sarebbe più consono ad una buona dormita. E’ l’ una e la pancia inizia ad avere nuovamente fame. Guerz è il mio “Magellano” e mi porta ad Albinea, dove una splendida gelateria è ancora aperta: ci accolgono alcune ragazze strepitosamente gentili che ci chiedono cosa stiamo facendo a quest’ora in bicicletta. Cosa vole che vi scriva? Il solito….inizia lo show! Risate e prese in giro, fanno da sfondo ad un racconto breve ma interessante che i nostri nuovi amici gelatai si godono nel loro più totale stupore. Noi ci gustiamo due buoni gelati che ci ricaricano le batterie per arrivare fino a Quattro Castella, dove timbriamo e dormiamo 20 minuti. Nel frattempo ci raggiungono Pietro e il suo amico e prima della nostra ripartenza due personaggi che subito mi sembrano simpatici, ma che poi si rivelano due “approfittatori“. Quando posso aiutare Io e Pietroqualcuno lo faccio sempre volentieri, ma quando mi sento preso per il “culo” mi girano le “scatole” e quindi ti “arrangi“. Fatto sta che oltre ad essermi offerto per aiutarli nel cercare il modo di recuperare il timbro perso, assieme al Guerz li abbiamo “tirati” per diverse decine di km. Loro sempre dietro a “ciucciare la ruota“. Ad un certo punto senza chiedere il cambio, abbiamo rallentato e loro sempre dietro. Uno dei due, non so se il “gatto” o la “volpe” gli è scappato detto: “vi stiamo dietro, perchè non riusciamo a darvi il cambio“. Bene, rallentiamo ancora, facendo scendere la velocità sotto i 30 km/h. Io e il Guerz “mangiamo la foglia” e ci fermiamo a fare pipì. Secondo voi cosa hanno fatto i due soci? Ci hanno aspettato? L' ovettoNeanche per sogno, hanno tirato dritto e hanno cominciato a pedalare forte, in modo tale che non siamo più riusciti a raggiungerli. Come? Ma non riuscivano a darci il cambio? Siamo tornati in due, io e Guerz! Fra una battuta e l’altra all’orizzonte ci compare un gruppetto che forse è indeciso sulla strada da prendere: in mezzo ci sono sempre il “gatto” e la “volpe“. Staranno alla nostra ruota fino a Modena, dove io e Guerz ci fermiamo volutamente a mangiare al McDonald! Non perchè ci piace, ma un po la fame, un po per scrollarceli di dosso, decidiamo di fermarci. In coda al McDrive con le bici non mi era mai capitato. Mangiamo due “paninazzi chimici” e poi cado in un sonno violento. Passa mezz’ora e ripartiamo. Ora mancano gli ulti km, quei km di pianura spietata che farei sempre a meno. Passiamo Modena in direzione Nonantola per poi giungere a La Grande dove eseguiamo l’ultimo timbro. La strada continua verso Crevalcore e noi ci dirigiamo verso la casa del nostro capitano per salutarlo. Sono le primi luci dell’alba e lui sicuramente sarà ancora sul letto. Nel passare davanti a casa sua suoniamo la trombetta e poi dritti verso Castelfranco Emilia. Alle 6:30 circa chiudiamo questa faticosa randonnee!

Penso che questa sarà l’ultima randonnee del 2015, l’ultima che farò col mio compagno di viaggio Enrico Guerzoni. Non perchè abbiam litigato, non perchè abbiamo smesso di praticare questo sport, ma perchè la vita spesso ci mette davanti a delle scelte. A volte sono facili, a volte meritano del tempo e delle riflessioni e penso proprio che il Guerz abbia fatto una scelta consapevole e da responsabile. Guerz, in “bocca al lupo” per la tua nuova “randonnee“, sarà certamente faticosa, ma sono convinto che riuscirai nel tuo progetto futuro! Detto ciò, non pensare di liberarti di me e del Bloz…perchè da un momento all’altro potresti trovarci dietro l’angolo, in una qualche prateria che beviamo un buon bicchiere di vino! PS: prima ricordati che c’è da calvalcare la Graziella...su e giù per l’appennino Tosco-Emiliano.Io e Lorenzo Borelli

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