La sfida in Graziella No Stop: I 3 Colli in 24 ore

SLa Sfida No Stop in Graziella 2015an Vito – Le promesse sulla “Preda Ringadora” di Gennaio 2015 sono ormai lontani ricordi mentre si avvicina sempre di più il giorno della partenza. Quella partenza che giorno dopo giorno diventa reale, diventa una piccola sfida con me stesso, con i miei amici e con quei 3 Colli che sono cosi giganti: Monte Cimone, Passo dell’ Abetone e Passo Radici. Quest’ anno l’idea è nata da Andrea, il quale ci convince della possibilità reale di poter partire da San Vito e farvi ritorno entro 24 ore dopo aver scalato le 3 vette dell’appennino. Ovviamente tutto in autosufficienza, in solitaria, con solo l’aiuto di chi per caso incrocia la nostra strada.

Fino all’ultimo giorno siamo incerti su chi farà parte della spedizione, ma alla fine ci ritroviamo tutti e 5 alla partenza.: Io, Andrea, Massimo, Enrico e Gianni.
Quest’anno siamo stati ospitati dagli amici di una vita, quelli con cui siamo cresciuti, quelli con cui hai sempre una parola e un sorriso da scambiare: La Polisportiva San Vito. In occasione della 3 giorni “Parco del Guerro in Festa“, parco-in-festaveniamo invitati per fare da contorno ad una festa strepitosamente organizzata dove si è potuto trovare di tutto: antipasti, primi freddi, secondi, contorni, dolci, acqua vino e caffè. Insomma un buffet dove qualsiasi palato ha potuto trovare soddisfazione nel mangiare ciò che voleva, seguendo la formula “All You Can Eat“.

Ci mettiamo in coda ed attendiamo di pagare, noi vestiti da ciclisti e tutti gli altri vestiti da sera. Qualche occhio ci osserva, qualcuno sgrana gli occhi e qualche altro ci chiede da dove veniamo. Sorrido, stringo un occhio e gli dico la verità: “Vengo da casa, proprio dietro di lei. Dovrebbe chiederci dove andiamo…perchè dopo cena si inizia a pedalare“. Racconto qualcosa dell’avventura che staremo per intraprendere di li a poco, anche se capisco bene che posso passare per matto. La signora sorride, sbrana ancora di piu gli occhi e ci fa coraggio. Craverio, uno dei tanti ragazzi che ha servito al “Parco del Guerro in Festa”, ci fa accomodare, mentre si aprono le danze al buffet. Davanti a noi ogni ben di Dio, dai primi al Parco del Guerro in Festa 2015dolce c’è di tutto. Cerchiamo di mangiare con la consapevolezza che dopo dovremmo affrontare una bella faticaccia, anche se gli occhi vorrebbero mangiare tutto. Mentre mangiamo vediamo arrivare qualche viso noto, che si dirige al nostro tavolo: Renato detto Pitone e Silvano. Una coppia inseparabile, una coppia di amici che quando c’è da pedalare o da venirci a salutare, non manca mai. Un boccone dopo l’altro e una risata dopo l’altra ecco all’orizzonte arrivare Sonia e il suo gruppo FACEBIKE che nel fare una notturna hanno pensato bene di venire a darci una pacca sulla spalla. Al nostro tavolo c’è seduto anche Carmine ed Alberto che con la scusa di noi Graziellisti, si stanno sbaffando tutto ciò che hanno nel piatto.

GraziellaIl countdown è iniziato, mancano poco meno di 15 minuti e con passo lento e quasi imbarazzato ci dirigiamo verso il palco. Qualcuno ci osserva, qualcuno sorride e noi zitti zitti prepariamo il necessario per la partenza: luci, casco e giacchino catarifrangente. L’assessore  allo sport del Comune di Spilamberto è già col microfono in mano, Mirco è pronto per fare l’introduzione e i nostri amici a scattare qualche foto. Attorno al palco inizia a radunarsi un po di gente e come un bambino mi emoziono. Mirco col suo fare da “animale da palcoscenico“, introduce il giro, ci fa qualche domanda mentre noi cerchiamo di rispondere nel nostro modo migliore. Siamo pronti, tutto è pronto e dopo aver preso dei “matti” anche dall’Assessore allo Sport (Simonetta), ecco che si parte. La prima pedalata è sempre la piu difficile, anche se è quella che darà il via a una bellissima avventura.

PitoneIo, Andrea, Gianni, Maccy ed Enrico. Noi 5 amici, legati da tante avventure, ci troviamo nuovamente uno in fila all’altro a percorrere le strade che spesso e volentieri affrontiamo in bicicletta da corsa. Incoscienza, spensieratezza o semplicemente voglia di pedalare al di fuori degli schemi. Oltre a noi 5, si aggiunge Pitone, un ragazzino di cinquant’anni che con una bicicletta a 3 marce ci scorta fino a Vignola. La bicicletta che usa è bici da cross da bambino col cambio Pitonemodello auto sulla canna. Per un istante mi ha portato indietro di quasi 30 anni, quando coi miei cucini sfrecciavamo in campagna con le nostre 3 “Barracuda“. Pitone è davanti a noi, ci fa strada mentre noi lo prendiamo in giro, senza renderci conto che noi 5 siamo piu ridicoli di lui. Una macchina ci supera e ci suona e poco dopo un’altra ci saluta, mentre alle spalle le luci di San Vito si affievoliscono lasciando spazio ad una luna piena che ci accompagnerà per tutta la notte. A Vignola, Pitone ci abbandona e noi lo ringraziamo per la compagnia. La Fondovalle è deserta, qualche auto ci supera, ma tutto somato si va molto bene. Siamo in fila indiana, uno dietro all’altro anche perchè i sorpassi ai 15 km/h sarebbero veramente imbarazzanti. L’umore è alto e nel ricordare qualche inghippo di due anni prima durante la scalata all’ Abetone, giungiamo alla Casona dove facciamo la prima sosta al ristorante sotto curva. Al bar ci sono 4 signori che parlano e bevono un caffè. La loro attenzione viene catturata dai nostri mezzi e in meno che non si dica iniziano a fare domande, a scherzare e fare foto. Uno di loro in particolar modo, sembra essere andato giu di testa : “Sono del Pedale Vignolese, non ho mai sentito una cosa del genere….aspettate che facciamo qualche foto….domattina ci parlo io ai miei amici…gli racconterò cosa state facendo“. Si butta in mezzo a noi e si fa scattare diverse foto. Noi sorridiamo e scherziamo con loro! Nel ripartire ci accorgiamo che la ruota posteriore di Maccy ha qualche problema…ma con un Andrea Barbi non temiamo nulla. Due colpi di chiave, due martellate e una qualche “madonna” sistemiamo tutto e ripartiamo. Riscopro il piacere di pedalare in Fondovalle ad una velocità bassa, osservo l’orizzonte e le colline illuminate dalla luna. I grilli ci fanno compagnia mentre di tanto in tanto il silenzio viene interrotto dal rombo di una qualche automobile. L’andatura non è elevata, anche se tentiamo di tenere alto il ritmo, in modo da perdere il meno tempo possibile. Siamo consapevoli che la parte più dura sarà fra qualche ora, quando la strada si impennerà verso Pian Cavallaro. FananoDopo i 50 km di Fondovalle arriviamo a Fanano, dove la sosta alla fontana in piazza è d’obbligo. Siamo sudati, ma sorridenti. Qualche foto, cambiamo l’acqua nelle boraccine e poi ci dirigiamo verso la rotonda dove qualche ragazzo gioca con un pallone e qualche altro fa delle chiacchere. Mi fermo per aspettare Guerz che è rimasto indietro, mentre Barbi è là davanti. Giannino torna verso la fontana e io mi trovo da solo in mezzo a quei ragazzini stupiti che iniziano a guardarmi. Scherzo con loro, mi dò da solo del deficiente e loro sorridono. Semino i primi bigliettini da visita per poi raccontargli un po della nostra storia in bicicletta. Mi ricordo bene la frase di uno di loro, dopo avergli raccontato della Parigi-Brest-Parigi e della 1001Miglia : “Scusa, ma voi dove fare ilgiro d’ Italia!“. Sorrido, gli stringo l’occhio e li salutiamo. Bastano poche centinaia di metri per capire che la strada sarebbe inesorabilmente diventata impedalabile. Inizio a fare a zig-zag, per fare 1 metro verso l’altro ne percorro almeno 3 e ciò non va bene, nè per le gambe, nè per la testa. Guerz è davanti a me, vedo che scende e inizia a spingere la bici. Lo seguo a ruota, mentre Giannino non vuole mollare. Fatto sta che dopo 10 metri, siamo tutti a piedi a qualche decina di metri l’uno dall’altro. Spingiamo la bici, ridiamo inconsapevoli di ciò che ci aspetterà. Nella mia testa pensavo ad una salita dura, ma non cosi dura, proviamo a risalire in bici, ma non c’è nulla da fare, dopo poco torniamo a scendere. Canevare Marco Zanetti Franco CaselliPassato il pezzo piu duro, ecco che la strada spiana leggermente e con santa pazienza torniamo in sella fino quasi a Canevare, dove due fanali amici ci danno il benvenuto. Sono Marco Zanetti ed il suo amico Franco Caselli, ci ospitano a casa loro dove ci hanno preparato un rinfresco che gradiamo molto volentieri. Sono le 2:00 circa e la pancia ha bisogno di essere riempita prima d’affrontare la salita al Monte Cimone. Una pausa di poco piu di mezz’ ora per riprendere a pedalare assieme ai nostri due nuovi amici Marco e Franco: loro sulle loro mountainbike e noi sulle Graziella. Il nostro passo è subio lento, per poi trasformarsi in pesante alla prima salita che senza pietà ci costringe a scendere. Un passo dopo l’altro, un zig-zag e poi di nouvo in sella per qualche altro centinaio di metri. La luna è sempre là a farla da padrona, come ad indicarci la strada da percorrere. La luce dei nostri fanali è fioca se paragonata al fascio che ci giunge dalla luna. La vallata è buia, ma le ombre lasciano poco spazio all’immaginazione, alberi qua e là, una qualche casa a bordo strada fino a giungere al bivio del Lago della Ninfa. Monte CimoneMi torna in mente lo stesso paesaggio durante il periodo invernale, quando da piccolino venivo a sciare coi miei amici: alberi alti e bianchi, freddo pungente e gente in ogni angolo. Ora invece è tutto fermo, non c’è un anima viva e tutto è di colore verde scuro tendente al nero. Solo i riflessi della luna e dei nostri fari ci fa distinguere le cose circostanti. Arriviamo alla sbarra che delimita la stradaValle di Fiumalbo carrabile da quella chiusa al traffico automobilistico. Ora mancano gli ultimi km, quei km che curva dopo curva, tornante dopo tornate sarò costretto a percorrere a piedi. Se pedalo sono l’ultimo del gruppo, se cammino supero qualcuno. Secondo voi che scelta avrò mai fatto? Arriviamo a Pian Cavallaro alle 5:20 di mattino, fa freddo, DSCF0699ci svestiamo e ci rivestiamo con panni asciutti. Mangiamo qualcosa e salutiamo i Marco e Franco che con santa pazienza ci hanno fatto compagnia in questa lunga e lenta salita. Ora dobbiamo scendere verso Fiumalbo per la strada sterrata. Questo sentiero viene usato da chi ha dei fuori strada, quindi potete immaginare che con delle Graziella è impensabile poter mettere il sedere sul sellino per qualche metro. Ancora una volta con le mani sul manubrio e i piedi a terra, ciio incamminiamo verso l’orizzonte che a quell’ora del mattino ci fa scorgere un panorama strepitosamente suggestivo. Le noste teste coperte da un cielo scuro, che lentamente prende colore, le cime sul versante toscano sono coperte da nubi che lasciano pensare al peggio, mentre la pianura è chiaramente visibile. La vallata dove dobbiamo scendere è coperta da un manto bianco, nel quale dopo qualche km ci immergiamo: sono nuvole basse, che nel silenzio della vallata nascondono ogni cosa. I nostri passi sono lenti, i piedi sopportano il peso della notte, mentre le caviglie sono a rischio distorsione. Il sentiero è decisamente largo, ma ricoperto di ciottoli grossi come pompelmi, che rendono difficile la discesa verso Fiumalbo. Il sole ancora non si vede, ma la luce da lui emessa lentamente da forma alla vegetazione e alle case nascoste in mezzo agli alberi. Durante la discesa a piedi, cechiamo di raccontarci qualche avventura passata, in modo da tenerci svegli, anche se Giannino fatica a tenere gli occhi aperti. Si lamenta ma allo stesso tempo tiene botta e fra un sasso e l’altro trova il modo di farci ridere, con i suoi racconti di gioventù. DSCF0707
Non potrò mai scrivere in questo blog del suo passato, ma vi posso garantire che un personaggio così è stato un peccato averlo conosciuto solo qualche anno fa e non all’età di 20 anni. Giannino un capitano d’altri tempi! Guerz si ferma a “cambiare l’acqua al canarino“, noi proseguiamo e ci fermiamo poco piu a valle. Ci raggiunge e con quel suo solito sorriso ironico ci dice: “Ragazzi, la mia sfida in Graziella finisce qui“. Stupito lo guardo e lo mando a quel paese. Poi ci indica il seggiolino e notiamo che i su canotti si sono dissaldati. Per pedalare un po piu comodi, abbiamo saldato due canotti assieme, ma fra un sasso e l’altro la saldatura ha ceduto. Ora stanno assieme solo perchè qualche cm di uno è infalato in quell’altro. Discesa verso FiumalboNoi facciamo le scontate battute del pedalare senza sellino, mentre Barbi sorride “Datemi un po di nastro adesivo e ti sistemo tutto“. Il nostro McGyver non impiega tanto e in men che non si dica riesce a sistemare i canotti, che terranno botta fino alla fine del giro! Poco prima dell’ingresso a Fiumalbo, la strada torna asfaltata e con tanta gioia noi torniamo in sella. DSCF0716Sfrecciamo uno dietro l’altro quando io e Giannino ci accorgiamo di due signore a bordo strada che passeggiano alle prime luci del mattino. Ci fermiamo per chiedere informazioni, mentre loro ci chiedono “Chi siete? Cosa fate? Dove avete dormito? ecc..“. Secondo voi cosa abbiamo fatto? Qualche minuto di show e tante risate. Loro trasferite a Fiumalbo da diversi anni, ma con accento straniero, hanno lascisato il Sud Africa per amore. Bionde, occhi chiari e un sorriso strepitoso: Genny Nizzi e
sua Mamma, un piacevole incontro. Scendiamo qualche centinaio di metri per poter fare colazione al primo bar aperto: pasterella e caffè! Ora saliamo di nuovo in sella per affrontare l’ Abetone, che dista da li poco più di 7 km. Pedaliamo col sole in fronte, consapevoli di poter finire il giro nelle 24 ore, mentre la strada si impenna. Curva dopo curva, albero dopo albero, mi viene in mente la scalata che feci con Maccy qualche anno prima. Io in sella ad una pieghevole che non ne voleva sapere di restare assieme. Questa volta invece la Graziella non cede e mi porta fino su in cima, dove ovviamente arrivo per ultimo, ma felice. Non capisco come mai sono sempre ultimo…bhoooo! Andrea BardiL’Abetone è conquistato anche se il sedere inizia a farsi sentire e le gambe non rispondono piu come qualche ora fa. Mentre mangio un boccone mi accordo con mia zia che si trova in villeggiatura a Rotari, un paesotto nella valle fra il monte Modino e Taglione. Le scrivo: “Tata, scendiamo verso Pievepelago e poi andiamo verso Passo Radici“, dopo pochi minuti ecco la risposta: “Bene, veniamo a salutarvi“. La “Tata” ha quel soprannome fin da quando avevo 5 anni e andavo da lei a lezione di tutte le materie che provavo a studiare. Come le ho scritto in un messaggio “Sono un cavallo dalle orecchie lunghe“, perchè non ho mai avuto una gran voglia di studiare, ma poco alla volta e grazie a lei sono riuscito a laurearmi. Da cavallo ora mi sento reincarnato in un ippopotamo che tenta di pedalare su una Graziella.

Ci fermiamo nel bar prima della salita, dove ci beviamo un gustoso caffè e faccio un incontro che non avrei mai detto: “Mr Globo!”. Un altro salto nel passato, che mi porta a 20 anni indietro, quando con i campeggi parrocchiali si Spilamberto andavamo a gozzovigliare a Tagliole e a mangiare la pizza al Globo! Ora a tanti annidi distanza, mi trovo di fronte un personaggio che sul volto mostra i segni di una vita lavorata, mentre si trova a fare tutt’altro mestiere dopo aver chiuso la pizzeria. Lo saluto e riparto assieme ai miei amici per Passo Radici. La strada è tortuosa, in salita e sotto a un sole che in inizia farsi sentire. Pedaliamo lentamente, ma con passo costante fino ad arrivare a Sant’ Anna quando ci fermiamo a bere alla fontana del paese. L’acqua fresca non ha prezzo, specialmente quando si è accaldati, svuotiamo le boraccine, le riempiamo un’altra volta e riposiamo su una panchina. Da li a poco arriva mia zia sul fuoristrada dal quale escono: mio zio Graziano, Giordano e sua moglie Simona con i loro 3 figli: Nicolà, Tommaso e Sofia. Spettacolo, era un po che non li vedevo e ritrovarli tutti li è veramente speciale. Da piccolini i miei cugini li ho sempre chiamati “i bimbi“, mentre ora siamo quarantenni e “i bimbi” sono diventati i sui figli. Scambiamo due battute, due foto e poi via verso l’ultima fatica, lasciando alle spalle un pezzo della mia vita. Ora la pedalata è veramente pesante, la testa inizia a “sfarfallare“, il sudore scende sulla fronte fino ad entrare negli occhi, la lingua fra i denti e le mani ben strette sul manubrio. Penso solo ad arrivare, anche se la vetta so bene che non è dietro l’angolo. All’improvviso, una macchina ci supera e ci suona, due mani escono da finestrino assieme a due urla di gioia: la figlia di Giannino con suo marito e il loro bimbo sono venuti a salutarci. Ci fermiamo per due saluti al volo per poi ritrovarli su al passo. Ripartiamo, zig-zig, un’imprecazione e zig-zag, un colpo di pedale e una parolaccia fino a che la strada non spiana. Illusione che dura poco e nuovamente la strada si impenna. Sono 13 km che non mollano mai, 13 km che se fatti con una bici da Passo Radici: Foto Alessandro Montagnanicorsa è un conto, ma fatti in Graziella è tutt’altro, specialmente se si è in giro dalla sera prima. Qualche ciclista ci supera, qualche altro ci saluta, mentre uno solo ci affianca e ci accompagna fino in cima, è Alessandro Montagnani di Livorno. Simpatico ragazzo che nel riempirmi di domande mi prende in simpatia e col quale pedalo con piu leggerezza: un po per non sfigurare e un po perchè la testa pensa ad altro e non alla fatica che in quel momento mi stava attanagliando le gambe. Poco dopo due cicliste ci superano, sorridendo gli dico “Non ditemi nulla, lo so siamo dei cretini a fare queste cose“. Loro sorridono e poco dopo tornano indietro per scattare una foto con noi. Simpatiche e anche cordiali, scattano due foto e poi ci salutano, mentre noi arriviamo in cima al Passo dopo aver salutato Alessandro. Il Passo Radici ha una sapore diverso da tutte le altre volte, è come aver vinto l’ultima battaglia, è come essere arrivati in fondo alla nostra sfida. Mancano ancora 90 km, ma sono tutti di discesa e pianura. Siamo in netto anticipo sul tabellino di marcia, quando arrivati in cima decidiamo di fermarci per pranzo: sono le 12:00 circa. Due piatti di tagliatelle a testa, un mezzo litro di vino e tanti sorrisi che ci scambiamo prima dell’arrivo di Loris e del suo amico. Erano partiti alla mattina da San Vito con le loro bici da corsa, per poi raggiungerci giusto all’ora di pranzo! Finiamo di mangiare e ci dirigiamo nuovamente fuori, dove le nostre amate biciclette ci aspettano. Salgo in sella, cerco la posizione piu comoda per il sedere, mentre alzo lo sguardo e vedo sul ciglio della porta un volto noto. Scorro fra tutti i volti che la mia mente ricorda, ma in prima battuta non vedo nessuno. Eccolo, forse è lui, ma allora aveva i capelli neri, mentre ora ha qualche kg in piu e i capelli grigio, un po come i miei. Mentre lui guarda i nostri mezzi, gli chiedo “Ma sei per caso il figlio di Bagni?“. Sorpreso mi guarda a modo, ma non mi riconosce. “Dai, sono il nipote di Serventini, quello che abita a Villabianca“. Discesa da Passo RadiciVedo che rimane stupito, ma poi conferma la mia impressione. Ci eravamo conosciuti quando andavo alle superiori e nei periodi estivi davo una mano a mio zio a fare da manovale. Due battute, due saluti e via verso la bassa. Ora le biciclette scivolano sull’asfalto come fossero delle frecce scoccate da una arco, i freni sempre pronti ad intervenire, mentre lo sguardo inizia a sentire il peso della digestione. Non importa, si scende forte, veloci, come da bambini ci buttavamo giu a uovo dalle piste IMG_20150801_151357di sci, senza pensare al pericolo della situazione. Una leggera frenata per impostare la curva e poi di nuovo a lasciare scorrere le ruote da 16 pollici. Riusciamo a schivare l’acqua fino all’altezza di Cerredolo, dove un piccolo temporale ci rinfresca le idee. Sassuolo è alle porte, pedaliamo felici, sereni con la consapevolezza d’aver fatto un giro semplicemente bello e allo stesso tempo impegnativo. Le strade sono quelle di casa, quelle che ti fanno sentire arrivato, quelle che km dopo km ci portano all’ingresso di San Vito.

DSCF0756Sono trascorse circa 21 ore dalla partenza, quando alle 19:00 facciamo ingresso al Parco del Guerro, che si prepara alla seconda serata di festa!

Un grazie particolare all’amico di 1000 avventure, ENRICO GUERZONI che con questo viaggio gira pagina per iniziare a scriverne un’altra molto importante: in bocca al lupo Guerz!

Un grosso grazie a tutti quelli che hanno creduto in noi, che ci hanno sostenuto e hanno apprezzato ciò che abbiamo fatto.

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La Sfida in Graziella No Stop 2015

Finite le randonnee messe in calendario per quest’anno, ora ci aspetta l’ultima sfida goliardica, anche se quest’anno forse abbiamo un po esagerato.

Tenteremo un altro giro in Graziella, partendo da San Vito e percorrendo circa 200 km in meno di 24 ore. La difficoltà sarà data dal dislivello, che dopo aver toccato il Monte Cimone, Passo dell’ Abetone e Passo Radici sarà intorno ai 3700 metri.

In occasione della 3° edizione “Parco del Guerro in Festa”, Venerdi 31 Luglio 2015, assieme ai miei compagni di viaggio di sempre: Andrea, Gianni, Massimo ed Enrico, tenteremo il giro de “i 3 Colli in Graziella No Stop”

Venerdi 31 Luglio, alle ore 19:30 saremo al “Parco del Guerro in Festa” dove ceneremo per poi prepararci per la partenza fissata per le ore 22:00

Vi aspettiamo, “Parco del Guerro in Festa” è un evento da non perdere!

La Sfida No Stop in Graziella 2015

 

Parco del Guerro in Festa

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18 Luglio 2015 – Ravorando e la maglia della Nazionale

BOLOGNA – E’ uno degli appuntamenti che molti randagi stanno aspettando da molti mesi: la consegna della maglia della Nazionale Italiana Randonneurs. I mesi precedenti a pedalare sulle vie d’ Italia danno l’accesso a poco più di 450 ciclisti di fare parte di questa grande famiglia. Eravamo in 3 di San Vito a provarci e alla fine siamo rimasti in 2: io e il Guerz. Quest’anno è stata un’annata un po anomala, vuoi il poco tempo, vuoi che la voglia non sia quella dei primi anni, vuoi che abbiamo giocato d’esperienza, ma alla fine ci siamo allenati poco. Come dice il Guerz: “Abbiam fatto più km in randonnee che di allenamento“. Effettivamente non posso dire il contrario, vista la mia scarsa forma fisica e la mia fatica sempre più importante ad arrivare in fondo a tutte le randonnee fatte. Tiro su le spalle, sorrido e assieme al Guerz andiamo a ritirare la maglia, che con questa fanno 3.

Arrivo a Bologna a metà pomeriggio, c’è caldo forse fin troppo, ma del resto siamo in Luglio e non a Dicembre. Parcheggio la macchina, mi guardo intorno e cerco d’individuare l’ingresso della Polisportiva. Non ci sono grandi indicazioni, vista la mole dello stabile, ma in un qualche modo, seguendo qualche altro intrepido ciclista, trovo la sala gremita di persone più o meno conosciute. Una trentina di persone in fila alla mia destra, procedono molto lentamente per il ritiro della maglia, mentre dall’altra parte della sala ci sono i “big” di questo mondo che raccontano e spiegano al meglio cosa succederà a Parigi fra qualche mese. Rigamonti, Bonechi, Ricco e tanti altri si passano il microfono per trasmettere le loro esperienze ai ciclisti meno esperti: “In Francia, tutto ha un costo…“, “Partirete a gruppetti…“, “Dosate le forze…“, “Cercate di non rimanere soli…“. C’è chi fa la fila, chi parla, chi si  saluta, chi sorride e in mezzo a tutti lentamente scorgo i primi volti conosciuti: Berni il rapper, Sonia, Paperina, Caiazzo, Massimo, Pietro, Carmine, ALberto, Luigi, Fabio e tanti altri. Fra tutti rimango colpito da un raggozzotto dai capelli come i miei, che mi ferma mentre sto per andare verso l’uscita. “Ciao…ti ricordi? Sono Fausto“. Due secondi di silenzio e poi mi accorgo di non riconoscerlo. Sul mio volto, immagino sia apparsa la scritta “Devo mangiare piu fosforo…ho la memoria di un pesce rosso“. Lui sorride, capisce al volo che non l’ho riconosciuto e mi inizia a raccontare dove ci siamo incontrati. Nella mia testa iniziano a circolare vaghi ricordi, ma tutto molto nebuloso. Devo cambiare discorso, altrimenti faccio la figura del pesce lesso! Gli stringo la mano, gli chiedo come sta, se andrà a Parigi e da li iniziamo a parlare delle nostre pedalate. Mentre parlo, il mio cervello continua a pensare dove l’abbiamo incontrato, ma più penso e più non trovo il bandolo della matassa. Poco dopo ci salutiamo. Arriva il Guerz poco dopo l’inizio della cena, gli do la maglia ritirata poco prima e gli racconto di Fausto. Guerz, mangia molto piu fosforo di me e ha i ricordi molto piu vivi.

La partenza viene anticipata di qualche minuto, mentre la temperatura è ancora alta. Sudo solo a parlare, quindi decido dipartire abbastanza scarico e con solo un Kway smanicato come indumento per il freddo. Alla partenza sono fra gli ultimi, ma come al solito non mi preoccupo. Siamo io, Guerz, Paolo e Fabio. La fila di luci si snoda lungo le vie bolognesi, mentre scambio qualche chiacchera veloce col Guerz. Ci accodiamo ad un gruppetto che sembra avere un’andatura adatta al nostro passo, mentre mi accorgo che Paolo non riesce a stare a ruota. Abbiamo un passo diverso e ci perdiamo dopo pochi km. E’ notte e dopo qualche anno mi trovo a pedalare senza il mio amato mozzo dinamo, in assistenza causa una infiltrazione d’acqua. Come agli inizi, uso le torce a pile, che ben presto mi accorgo non siano adatte a questo sport. La luce è fioca e non sono paragonabili neanche per sogno al mozzo della S-ON. Pazienza, fortunatamente Guerz ha il suo fanale ben funzionante, che illumina l’intera carreggiata. I primi 120 km li pedaliamo dietro ad un tandem che a tutta birra sfreccia fra i su e giu delle prime colline Bolognesi, che ci portano a Quinzano e successivamente a San Benedetto del Querceto. Giù, adesso si scende e a tutto gas pedaliamo in direzione di Castenaso. La strada è monotona, poco piacevole per colpa del caldo e della pianura che in queste zona non lascia tanto spazio alla fantasia. Raggiungiamo Budrio a ruota di un Tandem che pedala sicuro nella notte, facendoci fare meno fatica del previsto. Sono due ragazzi che guidati dal loro gps non badano tanto a storie e con la testa bassa pedalano come se non ci fosse un domani. Ci racconteranno poco dopo che cercano di guadagnare tempo nel pezzo pari, perchè in salita la pedalata si farà piu dura e faticosa. Arrivati a Selva Malvezzi, cerchiamo un posto dove appoggiare la bicicletta per timbrare e mangiare qualcosa. Inaspettatamente veniamo assaliti da zanzare fameliche, che cercano in ogni modo di infilare il loro pungiglione nella mia pelle. Mangiamo qualcosa in fretta e ripartiamo, mentre ci tiriamo qualche schiaffo sulle gambe e sulle braccia. Via, di nuovo dietro i nostri “amici“, che senza fiatare ci fanno strada. La strada è dritta, pianeggiante, monotona e con qualche buca che ci da motivo per allontanare la sonno. Il cielo è stellato, le campagne intorno a noi rilasciano i profumi caratteristici dell’erba appena tagliata mentre i grilli rompono il silenzio in cui queste terre sono immerse. Ogni tanto il fanale di sinistra si spegne, mentre quello di destra dopo una buca improvvisa salta per terra. Fortunatamente ho il fanale in testa che non mi lascia solo e mi illumina la strada quanto basta per non andare nel fosso. Le salite sono sempre un tormento per me, ma stringo i denti cerco di restare col Guerz. Lui spesso in salita si stacca o meglio mi stacca ed io rimango qualche decina di metri indietro, ma poi lo raggiungo per poi continuare assieme. Su e giù, Brisighella è passata per poi dirigerci verso Marradi. La notte sta passando e le prime luci del giorno sono li davanti a noi ad illuminarci la strada. La temperatura è leggermente scesa, ma ancora non sentiamo il freddo pungente a cui eravamo abituati qualche mese fa. La discesa è ripida, i freni sono ben stretti fra le mie mani e le spalle diventano sempre piu tese a causa della velocità elevata. Improvvisamente l’aria diventa fresca e la pelle inizia sentire il cambio di temperatura. Sulle braccia inizia a vedersi la “pelle d’oca“, ma ugualmente non ci fermiamo ma continuiamo fino a Palazzuolo dove c’è il penultimo controllo. E’ l’alba, ho sonno e il corpo è un po indolenzito. Al ristoro c’è Sergio, che ci da il buongiorno con un SUPER BOMBOLONE alla CREMA! Voto 10! Sergio, mi hai fatto passare tutti i mali che avevo addosso. Dopo il bombolone, qualche fetta di pane con Nutella e poi di nuovo in sella. Altri 10 km di salita che mi fanno digerire tutto, per arrivare a Castel del Rio e poi a Sassoleone. Le salite sono finite, le sofferenze pure, anche se i km mancanti sono ancora tanti: circa 80. L’ultimo controllo è in un bar lungo la strada che ci conduce a San Clemente. Arriviamo accaldati, perchè sono quasi le 9:00 della mattina e il sole sta già scaldando fin troppo. L’acqua nella boraccina è poca e calda e non vedo l’ora di cambiarla. Il bar ci accoglie col sorriso, timbriamo e facciamo finalmente la conosce di un nostro “mito“: Zama Eris. Si è scordato il cartellino sul banco del bar e il Guerz nel leggere il nome cerca subito il nostro uomo. E’ lì, un signore sui 60 anni, sul volto qualche segno dovuto ad una caduta fresca di giornata, un gomito gonfio, ma nessuna smorfia di dolore. Se fossi stato io al suo posto, avrei reagito diversamente…forse lamentandomi e imprecando. Lui, una roccia, un sorriso e tanto stupore nel sentirci raccontare di lui attraverso i racconti del nostro amico Giannino. Zama e Giannino si conoscono da tempo per le imprese fatte o forse perche entrambi personaggi d’altri tempi. Zama sembra piu tranquillo, quando impara che bene o male abbiamo sentito parlare di lui e in un qualche modo ci chiede se può fare il resto della randonnee assieme a noi. “Certo Eris, dai che andiamo“. Tentenna un po a salire sulla bici, ma poi si mette davanti e fa strada: è stanco e le pedalate diventano sempre piu lente, specialmente quando la strada si impenna leggermente. Noi siamo preoccupati per la sua situazione e nella nostra “semplice tenerezza lo prendiamo sottobraccio” e via verso Bologna. Il sole è forte, l’umidità è micidiale e noi tre pedaliamo in mezzo ad un deserto: non ci sono bar aperti, l’unica trattoria che incontriamo è chiusa e l’asfalto fa il resto. Si pedala in fila indiana, cercando di non pensare ad altro che ad arrivare. Curva dopo curva, metro dopo metro fino a scogere il circolo Benassi. Mi giro urlano “Eris, ce l’abbiamo fatta!“. Lui sorride e come l’abbiamo incontrato sparisce fra la gente. Se solo ne avesse voglia, penso che quest’uomo potrebbe raccontare per ore e ore le sue avventure in giro per il mondo, facendo rivivere qui momenti indimenticabili a persone comuni come me. La 300 km è finita…ora pensiamo a divertirci.

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13 Giugno 2015 – Giro dell’ Emilia 400 km

Randogiro Emilia Percorso 400 kmCASTELFRANCO EMILIA – Tornare da dove si è partiti è un po come ricominciare da capo o chiudere il cerchio. In questo caso è un po il penultimo capitolo di un ciclo che si chiude dopo mille avventure, mille risate, qualche divergenza e un’amicizia che penso durerà finchè avremo vita. Siamo partiti nel lontano 2009 e se mi giro indietro, posso raccontare di “Piccole Storie di Grandi Amici“, proprio come intitola questo blog. Storie che per un motivo o per l’altro ci hanno unito e hanno fatto crescere un gruppo di amici. Ora siamo qui, a Castelfranco Emilia a pochi km da casa, a ripercorrere le strade che molto spesso ci vedono passare da soli o assieme ad altri ciclisti. Le conosciamo bene, forse fin troppo da prendere un po il Giro dell’ Emilia con leggerezza, con spensieratezza, come se fosse un’uscita in bicicletta come tante altre. Non è così, il Giro dell’ Emilia è sempre impegnativo, vuoi per il caldo, vuoi per la distanza, vuoi per il poco allenamento, ma mi metterà a dura prova.

Siamo in due di San Vito, io ed Enrico Il GuerzGuerzoni. Decidiamo di partire da casa in bicicletta, visto che la partenza è fissata per le 9:30 a Castelfranco Emilia. Arrivati alla partenza, molti sono i volti noti, molti sorrisi, in tanti si scambiano opinioni sul giro, si raccontano le avventure sulle due ruote e si abbracciano come se fossero amici da sempre. Questo è il mondo delle randonnee, questa è la parte bella che spesso mi colpisce quando mi trovo ad affrontare una nuova avventura. Io, Giuliano ServentiniSaluto subito gli amici di Modena: Luigi, Alberto e Carmine, poi incrocio Sonia, il Levvo, gli organizzatori LorenzoGraziano e Turrini, poi lo sguardo si perde in mezzo ai ciclisti ed ecco che intravedo MaurizioPietro col suo compagno di viaggio di cui mi sfugge il nome, ma che certamente non passa inosservato: un signore dai baffetti bianchi con una forza e grinta da vendere (non so come riesca ad affrontare queste fatiche col sorriso). Sposto lo sguardo verso destra, una sagoma nota, una ragazzo magro con qualche tatuaggio qua e là: Fabio Zen Albertoni di Arco, alzo il braccio e ci salutiamo. Ancora Mauro di Bologna, che col suo accento marcato e la sua battuta sempre pronta mi fa sorridere, mentre mi racconta delle sue fatiche sulla bicicletta. Poco più avanti il tandem di Enzo e Nadia che però riesco a salutare solo dopo qualche decina di chilometri. Mi volto ancora alla mia destra e mi accorgo che proprio sotto al naso c’è Paolo Mario Caiazzo! Io e il GuerzIl cerotto sul naso è inconfondibile, la sua divisa azzurra e il sorriso stampato sulle labbra. Racconta di qualche inconveniente con la registrazione di un brevetto, ma poi ci ride sopra e pensa a fare bene questa 400 km.

Ore 9:30, Lorenzo Borelli fa partire il primo gruppo di ciclisti. Saremo circa in 50, gli altri seguiranno a distanza di 5 minuti da noi. A velocità controllata si passa per il centro di Castelfranco Emilia per poi dirigerci verso il bolognese. I primi km li facciamo in coda ad un gruppetto che non va oltre i 25 km/h, al chè faccio un cenno al Guerz e ci portiamo davanti per procedere ad una velocità leggermente più sostenuta. La parte di pianura è bene farla in fretta, per poi rallentare sulle salite che mi faranno sicuramente sputare sangue. Arrivati a Budrio, timbriamo al controllo dove Lorenzo è già là che ci aspetta, riempio la boraccina e via in direzione delle montagne. Il gruppetto al quale ci siamo accodati va abbastanza forte e presto siamo costretti ad abbandonarlo. I primi saliscendi sono li ad aspettarci, mentre il sole inizia a scaldare e fare sentire la sua presenza. Bevo molto, perché voglio evitare i crampi, ma allo stesso tempo cerco di dosare questa risorsa indispensabile. Sono in coda,Randogiro Emilia 400 km Guerz è poco più avanti, mentre mi accorgo che le mie gambe sono un po pesanti. Una boraccina è vuota, mentre l’altra sta per finire. Siamo lungo la Valle del Silaro, una vallata verde, ma con poche zone d’ombra a proteggere noi ciclisti. Cerco di sfruttare “quelle zone scure” , per alleviare la calura imposta dal sole. C’è caldo, si suda e l’umidità la fa da padrona. Ai bordi della strada non vedo nessuna fontana, mentre in lontananza noto un cimitero. Faccio un urlo al Guerz, ma non mi sente. Continuo in coda, sperando di incontrare un’altra fonte d’acqua. Ne passiamo un secondo, ma ha la porta chiusa, nel frattempo finisco anche la seconda boraccina. Ora mi stacco, pedalo più lentamente, prestando attenzione ad individuare una fonte d’acqua fresca. Poco avanti c’è un parchetto giochi e una fontanella. Mi fermo, sono da solo e nessuno mi corre dietro. Mi tolgo il casco, metto la testa sotto all’acqua e ci rimango per qualche istante. Mi sembra di rinascere, mi sembra che tutto torni alla normalità. Il sole mi stava cuocendo e se non mi fossi fermato l’avrei certamente pagata. Riprendo a pedalare, intorno a me nessuno. La strada si impenna leggermente, mentre riesco a raggiungere Guerz o forse lui si ferma per aspettarmi 😉 . Qualche km ancora ed arriviamo al primo controllo: panini col salame, con la mortadella, una crostata e CocaCola. Mi sembro “Poldo” quando mangia gli Hamburger: mangio i panini al salame a due mani. Ripartiamo a pancia piena, un po di discesa, per poi ricominciare a salire lentamente in direzione sud: verso la Toscana. E’ caldo, qualcuno lo soffre di più e qualche altro di meno, ma siamo tutti sulla stessa barca. In molti mi superano in salita, ma alla fine ci ritroviamo tutti fermi alla prima fontanella che come una manna dal cielo ci da un minimo di sollievo. IMG_20150613_111614Bagno testa, braccia, gambe e cappello. Mi dispiace ripartire, lasciano alle spalle quella sorgente d’acqua fresca, ma purtroppo devo farlo. L’acqua all’interno delle boraccine, resta fresca per qualche minuto, dopo di chè è pronta per fare un buon thè caldo. Si sale, la salita non è delle più ripide, ma ugualmente mi fa sputare sangue. Una curva, poi due, poi tre, fino a chè spiana. Torno a rifiatare, le gambe si incendiano per poi tornare a rilassarsi. Cerco di sciogliere un po i muscoli, ma la strada torna ad impennarsi all’improvviso. Qualche pensiero va all’amico Paolo Caiazzo, che abbiamo perso prima del primo controllo. “Chissa dove sarà? Chissa come sarà messo?“. Poi torno a guardarmi intorno mentre una natura quasi selvaggia mi da un minimo di sollievo. Alcuni campi sono coltivati, mentre in altri sorgono boschi rigogliosi. Si sente il rumore di qualche ruscello sgorgare fra i sassi e qualche frasca mossa da un leggero venticello che mi asciuga lentamente il sudore. La strada che ci porta alla Futa è percorsa da qualche motociclista, che al contrario del solito, sembra rispettare i poveri ciclisti come me che arrancano sulla stessa strada. Non ce ne sono tanti, ma i pochi che passano lasciano una scia inconfondibile di benzina bruciata. Il rombo è assordante e svanisce tornante dopo tornate. Sono talmente “cotto“, che spero sempre nell’ultimo tornate: appena sento in lontananza una moto, inizio a contare il numero di accelerate, che ragionevolmente potrebbero essere il numero di tornanti che mancano ancora (almeno fino a quando sento il rombo). Li conto, uno…due….tre….quattro e poi la moto appare di fronte per poi scendere verso valle. Conto le curve come se fossero le pecorelle della buonanotte, ma con una cadenza molto più bassa. Passo della FutaDistraggo la mente, cerco di ingannarla, per soffrire meno. Siamo in 3, io, Guerz e un signore che ci racconta d’aver appena concluso il “Giro delle Repubbliche Marinare“: mancano poche centinaia di metri al Passo della Futa. Ecco il bivio ed ecco la rotonda che ci da il benvenuto. Scattiamo qualche foto, rifiatiamo un attimo e poi ripartiamo. La strada si impenna leggermente, gli alberi sono alti e ci proteggono dai raggi di sole che ancora scottano la nostra pelle. Passo della FutaHo le gambe rosse, le braccia roventi e la testa che bolle. Le ruote iniziano a girare più velocemente, mentre la strada diventa pianeggiante per poi trasformarsi in una lunga discesa. Ogni tanto mi alzo sui pedali, per dare sollievo al “soprasella“, che nonostante tutto inizia a darmi fastidio. Le ripartenze sono sempre un momento poco piacevole, dovendo ritrovare la posizione giusta sulla sella. Scendiamo a tutta velocità, Guerz è un missile anche in discesa, mentre io sono più cauto e mi stacco di qualche decina di metri. Il nostro amico dalla divisa nera, lo perdiamo dopo alcuni chilometri. Il percorso è segnato molto bene e quindi è molto difficile sbagliarlo, ma la complicità della stanchezza ci fa sorgere dei dubbi. Sia io che Guerz ricordiamo una strada secondaria, costeggiata da un muro che negli anni scorsi avevamo percorso sempre in questa randonnee. Ad un bivio ci sorge un dubbio: sinistra o dritto? Le “frecce gialle” indicano “dritto“, ma la nostra testa ricorda “sinistra“. Ci fermiamo, chiediamo indicazioni a 3 signore e poi ad un ragazzotto che scopriamo essere di nazionalità slava. Ci indica la strada giusta: le “frecce gialle” avevano ragione! Due modenesi persi nel bolognese, aiutati da uno slavo: sembra una barzelletta :-)! Siamo in perfetto orario sulla tabella di marcia, anche se nella mia testa pensavo d’essere già oltre Mongardino. Mando qualche messaggio a Giada e a Levvo, Km 185i quali ci aspettavano a San Vito intorno alle 20:00. Tutto da posticipare…arriveremo qualche ora dopo. Via, si continua a pedalare di buon passo, scambiando qualche parola sugli aneddoti degli anni scorsi. Passato Sasso Marconi, ci dirigiamo verso il bivio che ci porta sull’ultima salita impegnativa: Mongardino 7-8 km di salita, dopo averne percorsi 200. Ho le gambe stanche, il sedere che scotta e la testa che vorrebbe essere già a casa. Invece tutto da rifare, sono ancora lì a pedalare piano piano sulla salita che mi farà sudare metro dopo metro, ricordando il passato: eravamo io, Giannino, Giuliano e il suo amico Pietro. Purtroppo Pietro, non è più fra noi, ma in quell’occasione mi lasciò un bellissimo ricordo: un uomo sorridente, dalla parola facile e sincera che mi incoraggiava a salire senza pensare alla fatica. Con quei ricordi ancora vivi nella mente, salgo lentamente ed arrivo al controllo: riso freddo (non dei migliori), un pezzo di cioccolato, due parole con Massimo e Francesco (spero di non aver sbagliato il nome) e poi via verso San Vito! Il controllo dista circa 40 km o poco più, le strade sono conosciute e fra un incrocio e l’altro arriviamo in un paesotto in festa: dobbiamo scendere dalla bicicletta per attraversarlo e nelle poche centinaia di metri che camminiamo, un signore mi ferma per chiedermi se siamo quelli della randonnee! “Certo che siamo noi….veniamo da….siamo partiti da…siamo cotti…ecc…“. Poche parole, perchè sono stanco, ma come al solito contento d’averle scambiate. La strada adesso è pianeggiante e km dopo km ci troviamo sulla “pedemontana“, uno stradone lungo 15 km che ci porta alle porte di San Vito. San Vito, quel paesotto in cui San Vito c'è - Randonnee Per Casoabitiamo. San Vito c'è - Randonnee Per CasoI nostri amici che sono al punto di controllo sono strepitosamente bravi e sempre con un pizzico di ironia: ci fanno trovare due Graziella pronte su cui ripartire! Fortunatamente è solo uno scherzo…altrimenti mi sarei messo a piangere! In questo controllo perdiamo un po di tempo in piu rispetto al solito. Ci sono i miei genitori, mio fratello e Serena, i genitori di Giada e tutti i miei, nostri amici che con il loro strepitoso modo di fare mi fanno sentire San Vito c'è - Randonnee Per Casoproprio come a casa. Sapendo di “giocare” in casa, Giada mi fa trovare un accappatoio e un po di sapone…ne approfitto per fare una doccia rigenerante negli spogliatoi che in tante occasioni mi hanno visto tirare calci al pallone e a qualche avversario. Docciato e cambiato, torno fuori, finisco di mangiare, mentre il Guerz è steso su un tavolo che dorme. Scattiamo 2 foto, forse 3, forse 4 San Vito c'è - Randonnee Per Caso(Giadaaaaaa e Levvoooooo…..ma quante foto fate?? 😉 ) e poi torniamo in sella alle nostre fedeli biciclette per dirigerci verso Formigine! Suoniamo le nostre trombette, salutiamo e via verso l’oscurità. Il sole è già calato da diverse ore, ma ugualmente non fa freddo, anzi la temperatura è decisamente piacevole. Prima di partire mi ero infilato i manicotti, ma dopo due pedalate me li sono San Vito c'è - Randonnee Per Casotolti immediatamente. Siamo io e Guerz che nella notte pedaliamo sulle nostre terre, quelle terre che ci hanno fatto crescere e diventare amici. Arrivati poco prima di Formigine vediamo in lontananza dei lampi. Subito penso al peggio, invece Guerz mi rassicura: “Stai sereno…sono solo fuochi d’artificio“. Non vedo altro bagliore e non sento nessun rumore. Passa un minuto ed ancora un bagliore bianco all’orizzonte. Pedaliamo verso quella direzione, fino a scorgere fra gli alberi lontani dei bagliori colorati. Si, sono proprio fuochi d’artificio! Ce li godiamo per qualche istante per poi lasciarceli alle spalle, visto che di tempo ne avevamo già perso fin troppo. Passiamo Sassuolo e poi ancora dritto verso il reggianoIMG-20150614-WA0000 fino a giungere ai primi su e giù fra ville lussuose e giardini immensi. Sono le ville degli imprenditori del comprensorio ceramico, che dall’alto delle colline dominano la pianura reggiana. Abbiamo sonno, ma dobbiamo resistere, anche l’orario sarebbe più consono ad una buona dormita. E’ l’ una e la pancia inizia ad avere nuovamente fame. Guerz è il mio “Magellano” e mi porta ad Albinea, dove una splendida gelateria è ancora aperta: ci accolgono alcune ragazze strepitosamente gentili che ci chiedono cosa stiamo facendo a quest’ora in bicicletta. Cosa vole che vi scriva? Il solito….inizia lo show! Risate e prese in giro, fanno da sfondo ad un racconto breve ma interessante che i nostri nuovi amici gelatai si godono nel loro più totale stupore. Noi ci gustiamo due buoni gelati che ci ricaricano le batterie per arrivare fino a Quattro Castella, dove timbriamo e dormiamo 20 minuti. Nel frattempo ci raggiungono Pietro e il suo amico e prima della nostra ripartenza due personaggi che subito mi sembrano simpatici, ma che poi si rivelano due “approfittatori“. Quando posso aiutare Io e Pietroqualcuno lo faccio sempre volentieri, ma quando mi sento preso per il “culo” mi girano le “scatole” e quindi ti “arrangi“. Fatto sta che oltre ad essermi offerto per aiutarli nel cercare il modo di recuperare il timbro perso, assieme al Guerz li abbiamo “tirati” per diverse decine di km. Loro sempre dietro a “ciucciare la ruota“. Ad un certo punto senza chiedere il cambio, abbiamo rallentato e loro sempre dietro. Uno dei due, non so se il “gatto” o la “volpe” gli è scappato detto: “vi stiamo dietro, perchè non riusciamo a darvi il cambio“. Bene, rallentiamo ancora, facendo scendere la velocità sotto i 30 km/h. Io e il Guerz “mangiamo la foglia” e ci fermiamo a fare pipì. Secondo voi cosa hanno fatto i due soci? Ci hanno aspettato? L' ovettoNeanche per sogno, hanno tirato dritto e hanno cominciato a pedalare forte, in modo tale che non siamo più riusciti a raggiungerli. Come? Ma non riuscivano a darci il cambio? Siamo tornati in due, io e Guerz! Fra una battuta e l’altra all’orizzonte ci compare un gruppetto che forse è indeciso sulla strada da prendere: in mezzo ci sono sempre il “gatto” e la “volpe“. Staranno alla nostra ruota fino a Modena, dove io e Guerz ci fermiamo volutamente a mangiare al McDonald! Non perchè ci piace, ma un po la fame, un po per scrollarceli di dosso, decidiamo di fermarci. In coda al McDrive con le bici non mi era mai capitato. Mangiamo due “paninazzi chimici” e poi cado in un sonno violento. Passa mezz’ora e ripartiamo. Ora mancano gli ulti km, quei km di pianura spietata che farei sempre a meno. Passiamo Modena in direzione Nonantola per poi giungere a La Grande dove eseguiamo l’ultimo timbro. La strada continua verso Crevalcore e noi ci dirigiamo verso la casa del nostro capitano per salutarlo. Sono le primi luci dell’alba e lui sicuramente sarà ancora sul letto. Nel passare davanti a casa sua suoniamo la trombetta e poi dritti verso Castelfranco Emilia. Alle 6:30 circa chiudiamo questa faticosa randonnee!

Penso che questa sarà l’ultima randonnee del 2015, l’ultima che farò col mio compagno di viaggio Enrico Guerzoni. Non perchè abbiam litigato, non perchè abbiamo smesso di praticare questo sport, ma perchè la vita spesso ci mette davanti a delle scelte. A volte sono facili, a volte meritano del tempo e delle riflessioni e penso proprio che il Guerz abbia fatto una scelta consapevole e da responsabile. Guerz, in “bocca al lupo” per la tua nuova “randonnee“, sarà certamente faticosa, ma sono convinto che riuscirai nel tuo progetto futuro! Detto ciò, non pensare di liberarti di me e del Bloz…perchè da un momento all’altro potresti trovarci dietro l’angolo, in una qualche prateria che beviamo un buon bicchiere di vino! PS: prima ricordati che c’è da calvalcare la Graziella...su e giù per l’appennino Tosco-Emiliano.Io e Lorenzo Borelli

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23 Maggio 2015 – Ritorno a Merano

MERANO – Salto la 200 km di Reggio Emilia per qualche acciacco di stagione, per poi portare a termine una 300 km e una 600 km. Sul calendario di quest’ anno la 400 km ho intenzione di farla il 13 Giugno sulle strade che mi hanno visto iniziare a percorrere i primi km: a Castelfranco Emilia, dall’ amico Lorenzo Borelli. E la 200 km? Quando farla? I miei amici l’anno già fatta, quindi non mi resta che decidere QUALE e DOVE farla. E’ qualche anno che non mi presento a Merano e quale migliore occasione di tornarci proprio in quel week-end? Si, è quella giusta, anche se le previsioni meteo per quel week-end sono infernali: acqua e freddo, come se alla RandoImperator non avessi già patito abbastanza! Non importa, la devo fare se voglio pensare di portare a casa i 4 brevetti. Non è mia intenzione partecipare alla PBP che si disputerà proprio quest’anno, ma voglio ugualmente provare ad archiviare i 4 brevetti per l’anno 2015.

Fino all’ultimo spero che le previsioni si sbaglino, anche se le speranze sono veramente poche. Parto alla sera intorno alle 18:30 assieme a mia moglie Giada, abbiamo la macchina strapiena, come se dovessimo stare via un mese. Mentre saliamo lungo l’autostrada del Brennero, parliamo della situazione meteo che sembra non essere poi cosi male. Qualche raggio di sole e qualche goccia d’acqua ci tengono compagnia, ma tutto sommato abbiamo visto anche di peggio. Arriviamo a Merano sul tardi, dopo aver fatto una sosta in Autogrill, dove ci siamo mangiati un panino e bevuto una CocaCola. Scarichiamo i bagagli, la bici e facciamo due chiacchere col gentilissimo “padrone di casa“, il quale come già era accaduto le scorse volte, ci racconta di qualche corsa in bicicletta organizzata da Giancarlo Concin. E’ tardi e devo dormire. Salutiamo il signore e ci dirigiamo in camera da letto: accogliente, grande e pulita. Dormo qualche ora, alle 5:30 mi sveglio cercando di fare il più piano possibile, anche se tutto è inutile: Giada si sveglia. Mangio il riso freddo da lei preparato, mi vesto e finisco di preparare le ultime cose. E’ ora, sono le 7:00 e la saluto. La partenza dista poche centinaia di metri e come le scorse volte sono il primo ad arrivare al “via“. Giancarlo è li che aspetta i randonneurs che sono partiti la sera prima per fare la 400km, mi scambia per uno di loro. Lo saluto e lui si torna a girare verso di me: “Ciao, ti avevo scambiato per uno della 400. Come stai?“. Scambiamo due parole, mentre ci dirigiamo verso il tavolo dell’iscrizione. Incredibilmente la notte ha lasciato spazio ad una splendida mattinata: il sole inizia a farsi vedere, le nubi lentamente si dissolvono lasciando intravedere le altissime cime coperte da una leggera coltre bianca. Sono vestito troppo, forse ho esagerato, ma non mi fido del meteo di queste zone, viste le pessime previsioni. La partenza è stata posticipata di mezz’ora e proprio in quel lasso di tempo arriva Paolo Caiazzo. Enzo, Nadia e il tandemPaolo è partito la sera prima per il 400, è stanco ma ha il sorriso sulle labbra. Mi racconta che è caduto in un “rivazzo” lungo il fiume, dopo essersi distratto. Nulla di rotto, nulla in tutto, se non chè qualche segno d’erba e di terra sulla sua divisa. Paolo riposerà qualche ora, per poi ripartire più tardi per fare gli altri 200 km. Lo saluto e mi preparo per la partenza. Siamo in un gruppettino di 5 ciclisti, di cui solo io “forestiero“. Gli altri conoscono bene le zone e le strade, mi accodo a loro per i primi 40 km. Da Merano scendiamo fino a Terlano dove un controllo a sorpresa lascia il primo timbro sul cartellino giallo. Siamo sempre in gruppo, uno dietro l’altro lungo la ciclabile che costeggia l’ Adige. La giornata è strepitosamente bella, rispetto a quanto previsto. Il sole fa capolino fra le montagne e il cielo lentamente si libera delle nubi che alla mattina mi avevano dato il buongiorno. Un leggero venticello soffia contrario, ma la forza del gruppo riesce a rendere tutto più leggero e a farmi risparmiare qualche energia. Il ritorno a Merano è abbastanza veloce, dove prendiamo la direzione per la Val Venosta. Un ciclista di quelle parti, mi spiega da dove deriva il nome: Val Venosta –> Valle del Vento! E che dire? Aveva ragione. Accodato al gruppo scambio qualche parola con chi mi è vicino, anche se ben presto devo mettermi la lingua fra i denti e stare concentrato. L’andatura del gruppo lentamente sale, fino a toccare i 35 km/h. Capisco ben presto che quello non può essere il mio passo e decido di far sfilare tutto il gruppetto riportandomi su una velocità dei 30 km/h. La strada lentamente si impenna, ma conoscendo bene quelle zone, ricordo con estrema freddezza la fatica che feci alla VRV del 2010, mentre cercavo di stare alla ruota del Guerzoni e del Bonetti mentre salivamo il Resia. Ora sono da solo, del mio passo, col sorriso in fronte mentre mando qualche messaggio a Giada e a Daniele (il Levvo). La prima salitella è il “Piccolo Stelvio“, dove il passato ritorna presente e tornante dopo tornante mi godo quei pochi minuti di fatica. Il secondo controllo è li a poche centinaia di metri. Giancarlo parla con chi mi ha preceduto, mi timbrano il cartellino giallo e si riparte. Nuovamente la velocità è troppo alta per me e decido nuovamente di seguire le sensazioni del mio corpo, delle mie gambe e della mia testa. Il roadbook a questo punto è praticamente superfluo, la ciclabile è perfetta, segnata ad ogni incrocio e circondata da verde, acqua, animali e tanto silenzio. Solo lo scroscio dell’acqua del fiume rompe quegli attimi di monotonia, lasciando la natura fare da padrona. I prati sono verdi e rigogliosi, a volte si vedono pascolare qualche gruppetto di mucche lungo la ciclabile, mentre qualche agricoltore è già nei campi a coltivare il suo prezioso “oro“. IMG_9728 IMG_9730 IMG_9732Sono concentrato sul percorso, cerco di trovare qualche punto di riferimento anche se fatico ad associarlo ai km mancanti al giro di boa. 
Prato allo Stelvio
è là davanti a me. Saliscendi, qualche pezzo di sterrato per poi infilarmi dentro ai meleti che mi fanno perdere l’orizzonte. Il sole non è più solo in cielo, ma qualche nuvola inizia a farsi vedere. La strada lentamente si impenna, mentre le mie “boraccine” si vuotano velocemente e ad ogni fontanella le riempio per non rimane a secco. La bellezza di questi posti è che ad ogni angolo si può scorgere una fontana con acqua fresca, dopo potersi rinfrescare il capo, lavarsi le mani e fare il pieno. Sono da solo da parecchi km, l’unico personaggio con cui ho percorso qualche km mi ha abbandonato. Si chiama Tiziano, un signore di mezza età che durante i primi km, mi racconta dei suoi mesi trascorsi a rimettersi in forma, dopo essere caduto lungo le scale. Una caduta banale, a sentirlo parlare, che però gli ha causato la rottura di qualche osso. Ora è li che pedala, ma lui stesso, conferma che è poco allenato e lentamente si stacca lasciandomi da solo. Qualche pensiero mi fa tornare alla realtà, che in mezzo a questi incantevoli posti si tende a perdere. Levvo mi scrive qualche messaggio che leggo ovviamente quando riesco: “Libera la mente e porta a casa questo brevetto“. Torno a pedalare controvento, sperando che il tempo non peggiori più del dovuto. Al sole c’è caldo, anche se l’aria lentamente tende a diventare fresca. Percorro la ciclabile che si snoda in mezzo a un bosco, fino ad arrivare alla salita vera e propria che mi porta verso Resia. Qualche anno prima mi trovavo nelle stesse condizioni, da solo e sullo stesso tratto di strada quando mi raggiunse Pietro Ghidelli! Ora invece mi giro indietro, una, due, tre volte, ma non c’è nessuno. Solo, io, la mia bici e un po di salita. Pedalo col sole che lentamente si affievolisce, mentre la statale alla mia destra si impenna in mezzo ai verdi prati. Il lago è a pochi km, quando mi fermo a chiedere informazioni a un signore che sta lavorando in giardino. Io parlo italiano, lui una lingua incomprensibile, un misto fra italiano e tedesco (immagino). Oddio, mi trovo spaesato. Gli chiedo se parla inglese, ma è come andar di notte. Torno al mio italiano e in un qualche modo ci capiamo. Seguo le sue indicazioni e bene o male raggiungo il punto di controllo. IMG_9750Mi aspettavo di vedere Giada, che arriva solo pochi minuti dopo. Ho fame, ho molta fame. Mi butto sul ristoro, mi infilo una brioches in bocca, mentre con l’altra mano ne prendo una seconda e poi una terza. Mi fermo alla quinta. Bevo un po di Cola per poi ripartire a mangiare il riso freddo che mi ha portato Giada. Spettacolo! Ho freddo, tremo leggermente e decido di cambiarmi. A petto nudo l’aria è come una lama tagliente, in meno di 30 secondi mi rivesto come se fosse inverno. Maniche lunghe, giacca invernale, passamontagna, scaldacollo e guanti. Saluto tutti e mi fiondo verso valle. IMG_20150523_133729Il cielo è cupo, scende qualche goccia, chino il capo e cerco di pedalare più forte per evitare di bagnarmi. Rimarrà un sogno! A “scendere verso il basso“, dicono che tutti i “santi aiutano” e invece no! Il vento soffia laterale e devo frenare per non sbandare e rischiare di cadere. Come durante l’ascesa verso il Resia, mi trovo ancora solo. Il vento è talmente forte e a raffiche che devo prestare veramente tanta attenzione a non finire fuori strada o contro alle sporadiche auto che viaggiano nel mio stesso senso. La discesa ugualmente è veloce, finchè non arrivo ad incrociare la ciclabile. Ciclabile per me è sinonimo di tranquillità e qui non si può dire il contrario. Torno ad avere l’ Adige alla mia destra, lo scroscio dell’acqua è quasi assordante, ma allo stesso tempo è la mia guida verso Merano. Qualcuno mi supera, qualcuno lo incrocio che sale, ma la cosa che un pò mi preoccupa sono le nuvole che iniziano a farsi minacciose. Una curva a destra, una a sinistra ed ecco le prime gocce che lentamente si trasformano in una pioggia leggera. Nulla di preoccupante, visto che la temperatura si è lentamente alzata. Ho quasi caldo, ma non ho tempo per fermarmi e svestirmi, voglio arrivare il prima possibile per evitare di bagnarmi più del dovuto. Non mi fermo, pedalo, osservo e saluto una bambina che assieme alla mamma mi incoraggia. Saluto, suono la mia trombetta e continuo a scendere godendomi  pedalata dopo pedalata. Attraverso la strada principale, mentre sento urlare il mio nome: è Giada, che scende verso valle. Cerco di salutarla, non so se mi sente, ma continuo e mi dirigo verso il “Piccolo Stelvio“. Curva dopo curva, arrivo alle porte di Merano dove mi trovo spaesato. Uscire da una città, non è come entrarci. Chiedo informazioni ad una ragazza che con la sua bici è ferma sulla ciclabile. “Scusa, potresti indicarmi la strada più breve per arrivare al Meranarena?“. Lei, con tutto il suo imbarazzo mi risponde: “Ciao, guarda, prova a seguire la strada, poi gira adestram poi a sinistra, poi alla rotonda….” si ferma un attimo e riprende “….sai, non sono sicura…“. Sorrido, ci salutiamo e continuo a pedalare. Cerco di seguire le sue indicazioni, ma capisco bene di girare a vuoto. Vedo un ragazzino fermo a bordo strada: “Scusa, posso chiederti un’indicazione? Devo andare al Meranarena, puoi indicarmi la strada più breve?“. Lui mi guarda perplesso, sorride e mi risponde: “Ciao, guarda, sei lontanissimo, è dall’altra parte della città“. Gli stringo l’occhio, sorrido e rispondo “Guarda, vengo dal Resia…direi d’essere più vicino di quanto tu possa pensare“. Meranoarena....arrivoMi da una pacca sulla spalla “…hai ragione…allora segui la strada e bla…bla…bla….“. Torno sulla sella, pedalo per qualche chilometro e mi ritrovo davanti all’arrivo! Bene, il brevetto è fatto, il meteo è stato clemente e la soddisfazione di pedalare da solo me la sono tolta. Mentre carico la bici e cerco di risistemarmi un po, sento una voce conosciuta: “Giuliano?!?!“. Mi giro, noto una persona che si avvicina è Paolo Mancini della Sav 95. Scambiamo due chiacchere, mi sgrida perché “scrivo poco“… 🙂 … Paolo porta pazienza, sto invecchiando, la mia mano è sempre più lenta 😉

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01 Maggio 2015 – Rando Imperator

RandoImperator2015

FERRARA – Annata dagli scarsi allenamenti ma ricca di piccole emozioni, quelle piccole emozioni che tutte le volte che giungo all’arrivo mi fanno venire voglia di ripartire. Partire per poi tornare e raccontare, a raccontare le pedalate che metro dopo metro ci portano al traguardo. Siamo ad inizio Aprile, quando mando qualche messaggio a Simone della Witoor, per sentire se ancora hanno posto e qualche dettaglio sulla randonnee. Come al solito lui è strepitosamente gentile e preciso in ogni dettaglio. Gli rompo le scatole per il pagamento e alla fine riusciamo a chiudere il giro: Io, Enrico Guerzoni (Guerz), Gianni Debbi (Giannino) e Gianni Raimondi  (Giannone) siamo iscritti alla Rando Imperator. Si aggiungerà in un secondo momento anche Lucio Fiorani che sarà il nostro Magellano nei primi 300 km.

Qualche giorno prima della partenza Giannino da forfait perchè teme la pioggia e il freddo.  Insisto, cerco di convincerlo, ma non c’è nulla da fare. Rassegnati a questa perdita e al meteo certamente poco favorevole, decidiamo ugualmente di partire e di salire su quel pullman che ci porterà a Monaco di Baviera. Il giorno del viaggio verso Monaco ci arriva questo messaggio:

Vorrei farvi un bel in bocca al lupo!!! E vi annuncio il mio ritiro definitivo alle randonnee. Mi sono reso conto di non avere più la voglia e la mentalità per affrontare questo tipo di manifestezioni. In poche parole sono vecchio!!!! Forza ragazzi fatevi onore

Voi lo conoscete Giannino, vero? Come si fa  a pedalare senza i suoi racconti avventurosi di gioventù? Senza i suoi consigli e le sue “cazzate” che pedalata dopo pedalata fanno sempre ridere? Giannino, ripensaci…hai scritto buona parte della storia del nostro ciclismo, non mollarci proprio ora!

Alla partenza incontriamo qualche viso noto tra cui Paolo Caiazzo, DSCF0611Massimo Bonfanti (amico di Dartagnan 🙂 ) e il mitico Lambert che sebbene non partecipa alla rando è venuto apposta a salutarci. Che dire…tutto sembra perfetto per salire sul pullman ed andare. Il viaggio è lungo, del resto non poteva essere altrimenti e fra un pisolo e l’altro troviamo il tempo per prenderci in giro. Giannone più che scherzare dorme di brutto mentre io ascolto il Guerz che mi racconta del suo futuro. Partiamo da Ferrara con un sole pallido che lentamente lascia spazio a nuvole e successivamente alle prime gocce di pioggia. Il viaggio ci lascia il tempo per scherzare sul meteo del giorno dopo: io sono fiducioso mentre il Guerz sarà decisamente più realista…e non si sbaglierà.

Arrivati a Monaco buttiamo l’occhio fuori daDSCF0615l finestrino e subito vediamo Mauro, un noto randonneur delle nostre zone, che col suo modo allegro e spensierato fa sempre sorridere e col quale due parole si scambiano sempre volentieri. E’ accompagnato da sua moglie, che col camper lo segue sempre in capo al mondo, che spettacolo! La sera si avvicina e dopo aver sistemato le biciclette all’interno delle camere andiamo tutti e 4 verso il centro. Metropolitana e via dritti a mangiare qualcosa: Stinco e Birra…del resto non potevamo certo chiedere un piatto di tortellini e lambrusco 😉 . Il locale è molto caratteristico e il menù lascia veramente poco all’immaginaione…siamo proprio nel posto giusto dove poter mangiare qualcosa di buono!

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Dopo cena inizia a scendere qualche goccia e noi ci infiliamo sotto al panno che ci scalda tutta notte. Non dormo, non ci riesco e mille pensieri girano in testa mentre le gocce di poco prima si trasformano lentamente in pioggia sempre più rumorosa. Non la vedo, ma la sento. Il tintinnio è costante e inesorabilmente inarrestabile. Pensare di partire sotto alla pioggia non mi esalta, anzi mi fa pensare al peggio, come nella lontana Bolzano – Ferrara di qualche anno prima. Pazienza, ormai è tardi per chiudere occhio e col braccio spengo la sveglia che puntuale alle 4:00 suona. Sveglio Giannone e chiamo la camera del Guerz e di Lucio. Mi alzo, mangio la “scaramantica” pasta col tonno e bevo un po di Coca-Cola per poi vestirmi. “Giannone, come partiamo?, cosa ti metti?“. “Prendo con me almeno un cambio…e poi spero che smetta presto“. Usciamo dall’albergo, l’aria è fresca e l’acqua fa il resto, la notte è quasi alla termine, ma ancora il buio la fa da padrona. La partenza è situata qualche a km dall’albergo, c’è chi si lamenta per la distanza, c’è chi ha qualche borsa di troppo da portare al via e chi come me pensa solo al meteo, cercando uno spiraglio di sereno. Come lucciole una in fila all’altra, pedaliamo lungo un boschetto privo di luci, fino ad arrivare alla partenza, dove Simone ci consiglia qualche percorso alternativo, in modo da evitare qualche tratto sterrato. Partiamo col sorriso, anche se continua a piovere. Il primo tratto di qualche km è una ciclabile sterrata ma battuta, che minuto dopo minuto cede al cadere dell’acqua incessante. Con le bici da corsa a volte fatichiamo, ma tutto sommato riusciamo a passare incolumi questo tratto mentre qualche ciclista fora, trovandosi subito in difficoltà. La bellezza dei posti che attraversiamo la si può solo gustare a metà, viste le condizioni atmosferiche che ci obbligano a pedalare a testa bassa. L’acqua lentamente entra dal casco, penetra nei vestiti e riempe le scarpe. Finchè il corpo è in movimento non ci si accorge quasi di nulla, ma appena ci si ferma per consultare il roadbook o semplicemente per “cambiare l’acqua al canarino“, tutto diventa maledettamente fastidioso. Il corpo si raffredda in un attimo e ci vuole qualche pedalata per allontanare quella fastidiosa sensazione di freddo lungo la schiena e il petto. Nei primi km fatichiamo a trovare la strada, ma grazie a qualche dritta di Simone e l’aiuto del gps di Lucio, tutto riesce a meraviglia. A proposito di gps e “baracchini” elettronici: fino all’altro giorno ero contro a chi usava il gps per portare a termine una randonnee, ma devo ricredermi. In questa occasione, era improponibile consultare il roadbook senza evitare di bagnarlo (almeno chè uno non lo avesse plastificato), mentre con l’ausilio del gps, Lucio è stato veramente il nostro Magellano in terra tedesca ed austriaca!
Torniamo a noi, ai nostri scorci meravigliosi, visti di sfuggita e goduti a metà. Pedaliamo in fila indiana su asfalti tirati a lucido mentre qualche auto ci sorpassa senza suonare e senza farci il “pelo“. Bho…e dire che da qui all’ Italia ci sono solo 300 km…sembra di pedalare su un altro pianeta! I primi 150 km si snodano tutti fra saliscendi verdi e ricchi di fiumiciattoli d’acqua trasparente. Alberi prima alti poi bassi fanno da cornice ad una serie di case costruite in legno e mattoni, tipiche di queste zone. Non si vede nessuno circolare per strada e molte finestre sono chiuse anche se sui camini si innalzano colonne di fumo. Cerco di portare la mia attenzione ai particolari di ciò che mi trovo di fronte, in modo da non pensare a ciò che sta sentendo il mio corpo. Guardo a destra, poi a sinistra cercando d’immaginare come sarebbe tutto ciò se ci fosse stato il sole: un piccolo paradiso terrestre. Al km 100 il primo ristoro, dove come delle cavallette affamate assaliamo la tavola imbandita di ogni ben di Dio, dal salato al dolce, dall’acqua ai succhi di frutta. Lucio ha qualche problema al pedale sinistro, che non riesce a risolvere…peccato, perchè dovrà faticare di più per arrivare a Bolzano. Si riparte cercando le indicazioni che ci portano verso il passo Fernpass, 1266 metri che si fa dare del “voi“, non in salita ma in discesa. La salita è quasi piacevole, mentre la discesa è un pugno nello stomaco. Scendiamo forte, i freni sono sporchi di ogni schifezza che le ruote raccolgono, il freddo ci blocca il petto mentre l’acqua si trasforma in pizzicotti sul viso. Finita la discesa ci fermiamo e ci ridiamo su, per non piangere. DSCF0630Ripartiamo, sempre uno dietro all’altro cercando di ripararci il più possibile. Assieme noi 4 si è aggiunto Fabio, un ragazzo di Ferrara, che ha la passione per la bicicletta a scatto fisso. Il passo Resia è là che ci aspetta, ci separano da lui ancora poco più di 100 km. Le ciclabili asfaltate si trasformano per alcuni tratti in km di terra battuta che se percorsi in condizioni meteo leggermente più favorevoli, sarebbero uno spettacolo. In questo caso invece, diventano sentieri pieni di insidie, dove spesso qualcuno fora o semplicemente si trova in difficoltà nel percorrerli. Le ruote sebbene sottili e lisce raccolgono ogni sassolino, foglia, detrito, sabbia che si incontra sul percorso e tutto va a fermarsi sul cerchio e poi sui pattini dei freni. Risultato? Arriviamo ai piedi del Passo Resia senza freni posteriori. Ci fermiamo per tirare un po i freni, guardiamo quale sia la soluzione meno peggio, mangiamo qualcosa e poi via di nuovo in salita. DSCF0641La salita la soffro anche quando sono allenato, figuriamoci in questo periodo che avrò si e no fatto 1000 km da inizio anno. Restiamo in fondo io e Giannone, mentre Guerz e Lucio spariscono all’orizzonte. A volte passo davanti io, poi passa lui e cosi fino in cima. La salita è lunga, mentre io scalo le marce fino ad arrivare a quella più agile. Se ne avessi avute ancora le avrei usate. Arrivati a Nauders, mentalmente sono già sul Passo Resia, invece ancora 5 km ci separano dal ristoro. Fa freddo, la temperatura sarà intorno ai 5 gradi e la pedalata diventa sempre più pesante. Sono rimasto solo, Giannone è avanti 100 metri che sembrano un’eternità. Lentamente lo raggiungo, forse è lui che mi aspetta, quando all’improvviso sentiamo un fischio: sono Lucio e Guerz davanti al ristoro. La pioggia sembra smettere…anzi smette! Entriamo, scherzo con Marcello e con qualche ciclista per poi iniziarmi a spogliare. Devo cambiarmi assolutamente, la discesa in quelle condizioni sarebbe un disastro. Mangio qualcosa, bevo molto succo di frutta e corro in bagno! Adesso indosso abiti asciutti dalla vita in su, mentre il resto è completamente bagnato. Passa una mezz’oretta, mentre Giannone inizia a lamentarsi della stanchezza, dei freni e di tutto ciò che non va. Lo capisco, ha ragione, ma cerco di convincerlo anche se ho la sensazione che le mie parole cadano nel vuoto. I nostri freni sono al limite, quelli dietro finiti e davanti appena un po. Dobbiamo cercare di fare attenzione perchè la discesa dal Resia è lunga. Fortunatamente anche se ha ripreso a piovere, non sento freddo, perchè i vestiti asciutti mi danno una leggera sensazione di confort. Passo ResiaLa velocità è sostenuta, forse da incoscienti cerchiamo di terminarla nel minor tempo possible e ci buttiamo quasi a capofitto, come se fossimo in totale sicurezza. Pioggia, asfalto bagnao, freni quasi finiti, l’unica luce era quella dei nostri fanali e noi giù ai 40 – 50 km/h. Bho…a ripensarci…mi viene qualche dubbio sulla mia “sanità mentale“. Il Resia è fatto, è là alle nostre spalle mentre la notte è già scesa del tutto. Tutto è buio, tutto è uguale, solo qualche auto in senso contrario che ci abbaglia…forse non capisce che siamo ciclisti e non extraterrestri. La Val Venosta meriterebbe d’essere pedalata di giorno e non di notte, ma purtroppo in questa occasione non si può fare altrimenti. Lucio è davanti a tutti, ha una buona gamba e tira abbastanza forte, anzi tira come se si dovesse fermare a Bolzano (si, lui si è iscritto alla 300 km….Lucio calaaaaa 😉 ). Passiamo alcuni tratti che mi sono rimasti nel cuore fin dalla prima che li ho percorsi con Stefanino ed il Guerz, posti che ci hanno fatto sognare e ci hanno dato il benvenuto in questo strano mondo di ciclisti. E’ sempre bello ricordarli, come se fosse “l’altro giorno che eravamo a dormire sulla panchina del Piccolo Stelvio“. Lasciamo i ricordi alle spalle, arriviamo a Merano dove un piacevole pensiero va all’amico Giancarlo Concin e a tutto il suo staff. Chiediamo qualche informazione per trovare al ciclabile che conduce a Bolzano. La troviamo, è lunga, dritta e buia. Guerz e Lucio fanno il passo mentre noi 3 siamo dietro a ruota o distanziati di qualche metro. Ho la schiena indolenzita e per stirarla cerco di pedalare senza mani in modo da poter riposare le spalle. Senza un perchè, senza un motivo apparente a volte sento partire delle fitte dalle spalle fino al collo: inizio a sentire i primi sintomi del poco allenamento. Stringo i denti e non penso a cosa succederà arrivati a Bolzano. Pochi km ci separano dalla metà del giro. Piazza Walther è lì al km 320, Giona e il suo staff sono ad aspettarci. Due risate, due battute, un bel po di cibo e due dritte su dove trovare un albergo che ci accolga. Salutiamo Lucio e Gianni che tornano a casa. Siamo rimasti io e il Guerz, bagnati fradici e infreddoliti. Ci dirigiamo verso l’albergo, un signore di una certa età ci accoglie e ci spiega con molta pazienza e tranquillità cosa ci può offrire. A noi basta un bagno e un letto. Non ci serve altro, non ci serve nè grande, nè piccolo, nè bello, nè brutto…vogliamo solo dormire. La mattina a BolzanoLui è talmente parsimonioso che non ci lascia andare a dormire. Noi sempre bagnati e stanchi siamo costretti ad ascoltarlo fino alla fine. Lo ringraziamo e ci dirigiamo a letto. Doccia bollente, due risate e 3 ore di sonno. Prima di chiudere gli occhi, ci diciamo “Se quando ci alziamo piove…prendiamo il treno…e la randonnee sarà finita qui.”. Suona la sveglia dopo 3 orette scarse di sonno. Ci alziamo, mettiamo fuori il naso dalla finestra e dal cielo non scende neanche una goccia d’acqua. Ci vestiamo in fretta, con braghe corte, maniche corte, manicotti, gambali e bande riflettenti. Le nostre biciclette sono ridotte male, sporche, piene di sabbia e fango, ma dovranno ancora pedalare fino a Ferrara. Riconsegnamo le borse a Giona e al suo staff e li salutiamo. Due colpi di tromba e via verso la periferia di Bolzano. Ci arrampichiamo su una ciclabile che non sembra quella giusta. Dopo un quarto d’ora ci fermiamo su una salita che non sembra finire mai. Bolzano è in una buca, dobbiamo andare verso Trento e non si capisce il perchè di quella salita. Controlliamo con GoogleMaps…e subito scappano una serie di imprecazioni! Stiamo andando verso l’altra vallata. Enrico Guerzoni, il GuerzGiriamo le bici e via lungo l’ Adige. Pedaliamo mentre il sole è ancora nascosto anche se lentamente fa capolino qualche raggio di sole. Ora ogni pedalata ha un altro sapore, sebbene la strada sbagliata abbiamo il sorriso, riusciamo a scherzare e a goderci quei tratti di strada che ormai conosciamo abbastanza bene. L’Adige prima è alla nostra sinistra, poi alla nostra destra e come direttrice teniamo l’autostrada sempre sott’occhio. Pochi km davanti a noi ecco due ciclisti vestiti di nero e azzurro (se non ricordo male): uno è Fabio, l’altro il suo amico con la bicicletta a scatto fisso (di cui non ricordo il nome). Ci salutiamo e assieme pedaliamo verso Sud. C’è il sole, c’è quasi caldo e incredibilmente le forze sembrano essere tornate. Siamo sempre davanti io e Guerz, mentre i nostri “soci” sono dietro a chiaccherare. DSCF0658La nostra pedalate è costante intorno ai 30 km/h, le gambe girano bene mentre la schiena non mi lascia tregua. Vigneti, ciclabili, curve, boschetti e tanti prati verdi ci danno il buongiorno, mentre il sole ormai è con noi e ci scalda a dovere. Mi tolgo i gambali e poi i manicotti. Giunti più o meno a Mori interpreto male il roadbook e mi lascio ai vecchi ricordi del passato della V.R.V. del 2010. Scolliniamo dopo Mori e finiamo sul lago di Garda. Uno spettacolo vedere il Lago, vedere l’acqua coperta di vele, vedere che là in fondo ci aspetta una strada che ci condurrà a Peschiara. Scendiamo veloci, scendiamo contenti, ma iniziano a balenarmi in testa strani pensieri. Il mio contachilometri è oltre i 400 km e i conti non tornano. Se in totale i km dovevano essere 650, c’è solo una risposta ai miei pensieri: Lago di Gardasiamo fuori strada….e forse l’abbiamo allungata. Finita la discesa, le miei perplessità prendono forma, visto che ci ritroviamo a Riva del Garda e il vento soffia inesorabilmente verso Nord. Dobbiamo fare tutto il lungo Lago fino a Peschiera e i km saranno diverse decine….penso intorno ai 50. Per non dare troppo fastidio al traffico siamo in fila indiana, il vento in fronte e davanti ci diamo il cambio io e il Guerz. Mi parte “l’embolo” e mi metto a testa bassa a pedalare, cercando d’accorciare per quanto possibile, la mia agonia. Giuliano ServentiniIl contachilometri senga i trenta, poi trentuno, poi trentadue e così via fino a punte dei 37 km/h. Pedalo, pedalo e spingo, voglio togliermi da quella strada tanto bella, ma tanto faticosa per colpa del vento. Dopo qualche km mi affianca Guerz e mi dice che i nostri amici si sono staccati. Penso un po e poi torno a pedalare: “Guerz, siamo in ritardo, Ferrara è lontana, dobbiamo darci dentro, altrimenti rischiamo d’arrivare tardi…e poi questo vento mi sta dando da fare…voglio andare via da qui“. Adesso, mi scuso con Fabio (se mai leggerà questo blog), ma ero talmente nervoso e poco gustoso che pedalavo dall’incazzo e non volevo arrivare in ritardo all’appuntamento a Ferrara. Noi a faticare e i turisti a rilassarsi, chi nelle spiaggette del lago e chi al ristorante. Diverse volte veniamo investiti da profumi strepitosi di pietanze che solo possiamo immaginare. Il lago mostra colori bellissimi, l’acqua appare di un blu intenso che sembra dipinto mentre il cielo è terso. Il vento frena la nostra discesa verso Peschiera, ma dopo qualche ora eccoci là, passiamo le mura e prendiamo la ciclabile lungo il Mincio. AVIS CereseE’ trafficata, molte famiglie con bimbi pedalano incuranti di chi va in senso opposto. Due colpi di tromba e tutti si mettono in fila ;-). Perdo Guerz per qualche minuto, poi lo rivedo in fondo, dove mi aspetta ad un bivio: “Come vanno le gambe?“. Rispondo “Bene, mi hai staccato perchè ho dovuto fare lo slalom fra alcuni bimbi…del resto tutto bene“. Continuiamo assieme fino a Mantova dove, come al solito, dobbiamo chiede informazioni per cercare l’ Avis. Fermo una coppia di signori ai quali chiedo: “Mi sapere dire dov’è Cerese, Virgilio, l’ Avis?“. Loro incuriositi ci chiedono da dove veniamo, rispondo “Da Monaco di Baviera e dobbiamo arrivare a Ferrara entro sera“. La signora stupita ribatte “Ma siete partiti stamattina?” (saranno state le 14:00 circa). Sorriso e guardo suo marito “No, guardi siamo partiti ieri mattina alle 5:30 circa“. Lei rilassa il viso “Ah be allora….“. Non dico nulla, ascolto le indicazioni e salutiamo. “Ah ba allora“…cosa vuol dire? non sono un fenomeno…ma neanche sminuirci così 😉 . Il ristoro all’ Avis è da “film”. Riso alla pilota, ciccioli frolli, lambrusco e vino bianco. Rilassiamo i piedi, scherziamo con tutti e poi all’improvviso arriva Gianni di Verona. “Ciaoooo Gianni, come stai?“, scambiamo qualche battuta per poi ripartire assieme. Poco dopo ci perdiamo e ci ritroviamo nuovamente io e Guerz. Sono gli ultimi 100 km, gli ultimi 100km di pianura. I miei freni posterioriLe strade sono due: o seguire l’argine del Po o fare la strada normale. Vista l’esperienza degli scorsi anni, optiamo per fare le strada normale, le nostre biciclette hanno sofferto già abbastanza. Via, si va, si vola verso Ferrara. Scende la notte, mentre i primi messaggi arrivano da Ferrara: il Lambert è là che ci aspetta dalle 16:00 (un po troppo ottimista), mentre Giada arriverà verso sera. Sono stanco, le gambe non girano e Guerz è paziente e mi aspetta. Mi aspetta, mi cede la sua ruota posteriore per farmi fare meno fatica, per darmi una mano ad arrivare a Ferrara. Cerchiamo le luci della città in lontananza ma difficilmente riusciamo a trovarle. Sono gli ultimi km, quado Guerz urla: FERRARA! Sì, è lì che ci da il benvenuto, è lì che ci aspetta. Due colpi di tromba per avvisare chi ci sta aspettando in Piazza Ariostea.

Sono li, un applauso, una abbraccio, un bacio e tanti sorrisi: Giada, Lambert, Giona, Simone, Marcello, il loro staff e qualche ragazzo che ha pedalato assieme a noi.

Un grazie a tutti per l’esperienza vissuta, un grazie particolare al mio inesaurible compagno di viaggio.  Grazie Guerz, per questi km interminabili senza fine. 685 km, 41 ore e 20 minuti.

NOTA per Lambert e Paolo: dove eravate? A Monaco mancava il Lambert….a Ferrara mancava Paolo…..non riesco mai a pagarvela questa BIRRA 😉

Arrivo a Ferrara

 

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19 Aprile 2015 – Rando del Ciapachè

Reggio Emilia – Il 2015 è iniziato “zoppicando” col ginocchio destro, con il conseguente stop per diversi mesi. Niente bici alla sera, niente spinning ma solo cibo e ozio. Risultato? Un bel maialino all’ingrasso. Nulla è perduto, il male al ginocchio si risolve inaspettatamente in due sedute da chi ha le mani d’oro, mentre la voglia di fare fatica torna subito a farsi viva con i primi raggi di un sole che tentenna a scaldare. E’ proprio cosi che mi avvicino alla prima randonnee del 2015. Mi avvicino e l’ affronto con solo poche centinaia di km percorsi e con tanti dubbi che girano in testa. Poche settimana fà, non partecipai alla 200 km di Reggio Emilia perchè la mattina stessa della partenza mi ero alzato alle 4:30 con qualche linea di febbre ed ora sono alla partenza di una 300 km sempre organizzata dalla Beriv.

Il trio della 1001Miglia del 2011 è ricomposto, Io, Enrico e Gianni. Nessuno dei tre ha intenzioni serie per Parigi, ma restare a fare parte della grande famiglia della Nazionale Italiana Randonnee ci stimola ancora. Decidiamo di provare a rifare i 4 brevvetti, per tornare a sfidare le strade d’Italia e non solo…

Sono le 2:30 di domenica mattina. La sveglia suona, butto una mano sul comodino e spengo subito il bip…bip…bip fastidioso. Cerco di fare piano per non svegliare Giada e come un bradipo trascino il mio corpo in bagno! Sono le 2:30! Ma chi me lo fa fare? Mi lavo il viso, apro del tutto gli occhi e vado in cucina e mangiare la pasta cotta qualche ora prima da mia moglie (si, proprio così, mi ha fatto la pasta col tonno….troppo toga!). Mi infilo la divisa, cerco i manicotti e i gambali. L’aria fuori è freschina, ma visto che le previsioni meteo sono buone decido di non portarmi dietro molto…spero cosi nei raggi del sole. Alle 3:30 puntuale arriva Gianni a casa mia, carichiamo le bici sulla mia macchina e partiamo alla volta della Baia del Re. Gianni Franchini è già davanti al bar con la sua auto, ci segue per qualche km fino al punto di ritrovo prima del casello di Modena Sud. Secondo voi Enrico c’era? Credeteci! Mentre maligno sul suo solito ritardo, ecco due “occhi azzurri” spuntare davantia noi! Incredibile, Enrico è puntuale! Sono le 4:00 ed ora si parte alla volta di Reggio. Ciapachè - Partenza nbella notteArriviamo giusto in tempo, ritiriamo la carta di viaggio, due firme per la liberatoria e poi via tutti assieme. Il gruppetto è abbastanza assortito: Io, Enrico, Gianni R., Gianni F., Carmine ed Alberto di Modena, Carla Tamarin e un altro signore (che non conosco), un toscano e altri 3 o 4 persone che probabilmente ho incrociato negli scorsi anni. C’è freddino, per non dire freddo, ma la voglia di iniziare a pedalare è tanta. E’ troppo tempo che sono fermo e tornare in sella alla mia due ruote è sempre qualcosa che mi da soddisfazione. Sento l’aria che raffredda il viso, le gambe intorpidite lentamente vengono scaldate dal sangue che scorre sempre più forte e le mani mostrano la sola punta delle dita che a fatica si riparano dietro il borsello ben agganciato sul manubrio. Via, si parte, si pedala cercando le frecce che tracciano un percorso che si snoda nella Pianura Padana fino a Peschiera per poi dirigersi verso Salò per poi tornare a Reggio attraversando le colline a sud del lago di Garda per poi tornare a percorrere gli ultimi 100 km di pianura. Siamo tutti in fila, le strade sono quasi vuote, qualche macchina ci supera, qualche semaforo è verde mentre noi ci dirigiamo verso la periferia di Reggio Emilia. All’improvviso un’ utilitaria ci sorpassa e qualche buontempone al suo interno ci urla offese prive di motivo. Davanti a questi gesti del tutto privi di senso e del tutto inopportuni, rimango sempre più sbalordito. La macchina velocemente si allontana, mentre svaniscono nel nulla quelle offese che lasciano solo l’amaro in bocca. Lontani sono i tempi della Parigi Brest Parigi, dove la gente seduta sul proprio divano di casa lungo le strade, ci aspettava per applaudirci. Lontani quei pochi momenti di gloria. Sorridiamo e continuiamo a pedalare.
Torniamo a noi, torniamo ai nostri, anzi ai miei 300 km da affrontare. Sono in coda al gruppetto con Guerz, mentre i due Gianni sono leggermente davanti davanti a noi. La velocità sta scendendo sotto ai limiti storici, il mio contachilomentri segna i 20 km/h. Giuliano Serventini e i 300 kmFaccio due conti e butto uno sgurdo al Guerz! Ci capiamo al volo e superiamo tutti fino a metterci davanti. Tiriamo il gruppo ad una velocità intorno ai 30 km/h. Dopo qualche km, diamo il cambio a qualche altro ciclista e ci spostiamo nuovamente in fondo al gruppo. Ora la velocità è bene o male quella e i km che ci separano dal Lago di Garda sono meno (non di tanto ma sono sempre meno 😉 ). Le luci dell’alba sono qualcosa di unico, pedalare osservando le cose prendere forma è uno spettacolo magico. Prima l’orizzonte, poi i prati incolti e infine noi…tutto prende forma: anche il mio “ghignotto”. Le strade su cui ci troviamo le conosciamo abbastanza bene, tanto basta che spesso ci vengono in mente aneddotti o particolari vissuti qualche anno prima, come quella volta che arrivai prima io al controllo che il nostro amico Silvano Riccò:”Ci parlo io con Rigamonti…voi avete tagliato”, poi ci strinse l’occhio. Involontariamente avevo tagliato diversi km.
Il gruppetto procede compatto, prima tira uno e poi tira l’altro contro Enrico e il caffèun vento che inesorabilmente si fa sentire e non da tregua. Alla mattina tira più di lato che frontale ma ugualmente non ci aiuta. Le gambe girano, non sento particolari dolori, anche se un’occhio di riguardo è sempre per il mio ginocchio destro. Tutto bene, nessun fastidio, nessuna fitta. La pianura è inesorabilmente monotona, ma con l’avvicinarsi delle prime colline si inizia ad assaporare l’aria del Lago di Garda. Arriviamo a Peschiera alle 9:30, la gente inizia ad affollare le strade, i turisti più mattinieri sono a correre lungo le rive del lago mentre noi ci dirigiamo verso la stazione. Timbriamo in un bar, approfittiamo per fare colazione e bere un buon caffè. Non c’è nulla di più buono che un caffè e una pasta al cioccolato. Le forze sembrano tornare, mentre il sole cerca di fare il resto. Il sole è pallido, una qualche nuvola lo nasconde per poi subito dopo farlo riapparire. Il Lago di GardaRipartiamo verso ovest in direzione Salò, qualche su e giù spezza i primi 100 km di pianura per regalare ai nostri occhi paesaggi decisamente belli. Proprio a Peschiera incontriamo Angela Zizza, una delle randonneur più famose d’ Italia. Chi non la conosce? Capelli ricci, divisa della Bulletta e la voglia di portare a casa il pocker Parigino! In bocca al Lupo Angela! Resterà con noi qualche km, durante i quali mi racconta un po di lei e di Stefano. L’asfalto si impenna, la catena scorre sugli ingranaggi più grandi della ruota posteriore mentre le mie gambe diventano sempre più dure. Finisce l’asfalto e le frecce indicano uno sterratoGli effetti della stanchezza che si snoda lungo un colle verde. Uno dopo l’altro cerchiamo di evitare i sassi più grossi facendo attenzione a non cadere. Il tratto è bello lungo ed allo stesso tempo piacevole. Arrivati in fondo allo sterrato ci scattiamo qualche foto che dovrebbe servire per dimostrare il nostro passaggio in quel punto…ma che alla fine nessuno ci chiederà. Sorridenti percorriamo poche decine di metri e poi nuovamente in un tratto sterrato. Le bici si impolverano, l’attenzione è sempre alta mentre i sassi schizzano da sotto le nostre ruote. Torna l’asfalto e tornano le auto. L’attenzio passa dallo schivare i sassi al schivare le auto: molto meglio lo sterrato. Passiamo Lonato per dirigerci verso Solferino. Secondo punto di controllo dove ci vien offerto un buon ristoro: qualche panino, qualche pezzo di torta e acqua. E’ circa il km 150, ho fame, mi inizio a sentire vuoto Solferino ai 4 km/he cerco di mangiare il più possibile. Saluto chi con tanta pazienza sta li ad aspettarci. Abbiamo ancora tanta strada da fare, mentre lentamente sento la stanchezza salire. Sale dalle gambe per concentrarsi tutta sui muscoli della schieda e del collo. Pedalata dopo pedalata mi accorgo che sono sempre più rigido e appena il vento me lo permette cerco di abbandonare il manubrio per poi fare un po streccing ai muscoli del collo. Fitte improvvise mi fanno stringere i denti per poi sparire come se nulla fosse. Arriva la salita di Solferino, la quale la ricorderò per averla percorsa ai 4 km/h. Solferino, borgo molto bello, con una piazza enorme nella quale mi sarei aspettato il controllo a sorpresa. Ripartiamo quasi subito per iniziare a tornare ad immercerci nella nostra Pianura Padana. Sono stanco, riesco a pedalare ad una velocità non superiore ai 30 km/hEnrico a Solferino: stringo i denti. Ogni tanto Guerz mi chiede come va, rispondo sempre con un mezzo sorriso, sapendo benissimo di mentire a me stesso: sto soffrendo, sto pagando i mesi di inattività, sto pagando, punto! Devo concentrarmi per portare a casa un successo, sperando che il vento non aumenti più di così. 300 km sono tanti e sono pochi. Sono pochi se paragonati alla 1001Miglia di qualche anno prima e sono tanti se confrontati con i pochi km di allenamento che ho nelle gambe dei mesi precedenti ad oggi! Cerco di non pensarci, cerco solo di guardare il contachilometri e sperare che avanzi il più in fretta possibile. Siamo a nord di Mantova, dove all’orizzone vediamo un’osteria: un fabbricato datato, disperso in mezzo al nulla dove aleggia un’atmosfera famigliare. Fuori c’è una tavolata di 30 persone e li accanto stanno finendo di pulire una griglia enorme: hanno cucinato carne allo spiedo. Noi approfittiamo per riposarci e berci un secondo caffè. Fra una risata e l’altra cerco di rilassare i muscoli del collo, che sembrano di marmo. Fatico a muoverlo, ma con tanta calma lo giro e ci scherzo sopra. L'osteria“Sapete ragazzi cosa chiedo a Giada appena arrivo a casa?”…non faccio in tempo a finire la frase che subito scoppiano a ridere, mentre Gianni mima qualcosa. Butto l’acchio e rido “…intendevo che le chiedo un massaggio al collo…” e continuiamo tutti a ridere! E’ per questo che pedalo, è per questo che mi piacciono le randonnee è per questo che pedalo piano ma lontano! Ripartiamo e ora cerco sempre più di risparmiare le energie e le gambe. Sono in coda, vedo gli altri di schiena, mentre mi chiedo che cosa ci faccio qui. A volte mi stacco di qualche decina di metri e poi torno sotto. Qualche semaforo rosso mi aiuta fino a quando il conta km segna -50 km! Ho le gambe legnose e il tira e molla non riesce più a ricucire il distacco fra me e gli altri. Carmine si gira e mi chiede come va, rispondo in tutta la mia sincerità: “non ti preoccupare…io devo andare del mio passo”. Il vento è incessante, soffia non fortissimo ma ugualmente non ci da tregua. Carmine rientra nel gruppo e chiede agli altri di rallentare leggermente. Io mi sforzo e rientro nel gruppo, dal quale non mi staccherò più fino alla fine. Mancano pochi km, quando chiedo a Guerz se riconsce la divisa di un ragazzo che si è aggiunto al nostro gruppetto. Mi ricorda qualcuno, ma non ne sono sicuro. Lo affianco e gli chiedo se abita dalle parti di Rovigo o giù per di lì, lui annuisce. Continuo “Te lo chiedo, perchè lo scorso anno abbiamo conosciuto un certo Michele Ghisi…che ci offrì una strepitosa birra sulle rive del Po”. Il ragazzotto ribatte ” Chi? Dartagnan?…si fa parte della mi squadra…”. Parlottiamo un pò, fino ad arrivare all’arrivo. Dal gran che ero cotto, non mi sono neanche presentato e non gli ho chiesto nemmeno il nome. Se un giorno passerai fra queste righe…quel ragazzo che ti ha chiesto di “Dartagnan” sono io, Giuliano Serventini, uno di quelli che girano in Graziella.

300 km – 12 ore e 14 minuti

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